Gianni Riotta e Christian Rocca di fronte allo scandalo delle intercettazioni di Obama: due diversi modi di reagire, sempre a fianco degli USA.

obama daddy

Gianni Riotta e Christian Rocca hanno molte cose in comune:
-sono siciliani;
-sono due giornalisti;
-sono entrambi, sia pur in maniera diversa, sostenitori dell’egemonia statunitense nel mondo;
-sono molto attivi su twitter.

Per reagire alle imbarazzanti scoperte sullo spionaggio capillare americano di ogni conversazione via telefono e online in europa e in america e nel mondo, questi due giornalisti siciliani filoamericani hanno scelto due strade diverse.
Riotta ha avuto una discussione infuocata su internet con Glenn Greenwald, il giornalista che ha rivelato lo spionaggio illegale.
Rocca ha preferito il silenzio, ha preferito evitare di entrare in prima persona nella tenzone e ha aspettato circa 24 ore prima di postare un articolo sul suo blog, articolo che commenteremo più avanti.

Gianni Riotta.
Gianni Riotta in questo periodo ha molto tempo libero, visto che al momento non siede su alcuna poltrona importante. Certo, ha scritto un libro su Javier Zanetti e ogni tanto insegna in America, ma sostanzialmente passa le sue giornate su twitter come un disoccupato qualunque. Questo attivismo (unitamente alla sua fama trentennale e alla sua abilità giornalistica) gli ha fatto guadagnare decine di migliaia di follower.
Questo iperattivismo online lo ha portato, suo malgrado, a scontrarsi con Glenn Greenwald, il giornalista del Guardian che ha collaborato con Snowden rivelando le condotte di spionaggio illegale e totalitario messe in atto dai servizi segreti americani.
Lo scontro è andato male, visto che Riotta, in un articolo su la Stampa, ha accusato Greenwald di pubblicare informazioni delicate senza controllare le fonti e Greenwald, che in quei giorni era tra gli uomini più osservati del pianeta, ha scritto su Twitter che Riotta scrive “bugie su bugie” e che è “l’opposto del giornalismo”. Non proprio una bella figura. Qui potete leggere la sequenza dei tweet e le relative diramazioni.
Il giorno dopo, Riotta ha linkato un articolo che parla di Greenwald e del suo passato nell’industria del porno, quasi fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Probabilmente in America avranno apprezzato il tentativo di character assasination messo in atto da Riotta, che però non sembra essere del tutto riuscito.

Christian Rocca.
Christian Rocca è il direttore del magazine fighetto del Sole 24 Ore. Nelle ore in cui Riotta su twitter si beccava del “bugiardo” da Greenwald, lui postava le foto del nuovo numero del giornale da lui diretto. Nel numero di questo mese trova spazio anche un articolo di Stefano Pistolini in cui si dice che, beh, come eroi Assange, Snowden e Greenwald non sono proprio un granché, anzi non sono per niete appassionanti.
Il giorno dopo ecco apparire sul suo blog un articolo che sostiene che l’America ha fatto benissimo a spiare le conversazioni private dei leader europei e a esaminare i megadati delle comunicazioni di noi cittadini.
Proprio così: Rocca, l’anticomunista, approva i metodi da Kgb di controllo totalitario delle comunicazioni, se servono a consolidare il dominio americano.
Le intercettazioni americane servirebbero a scoprire e a evitare le bufale e le trappole che i servizi e i governi europei spesso hanno rifilato agli Stati Uniti.
E qui viene il bello.
Rocca per giustificare lo spionaggio illegale di Obama cita anche la balla dell’uranio che Saddam avrebbe comprato dal Niger.
Rocca all’epoca sul Foglio scrisse degli articoli talmente ben fatti che spinsero i vertici dei servizi segreti italiani a incontrare lui e il direttore Giuliano Ferrara.
Vediamo cosa dice Giuliano Ferrara in proposito:

Diciamo che Rocca aveva assunto per competenza professionale la guida delle operazioni pro Bush e pro Sismi, contro la campagna di Repubblica, e il Sismi gli e ci veniva dietro, lusingandoci e divertendoci, dandoci qualche dritta di persone da consultare per ulteriori ricerche, e telefonammo a un numero ufficiale della Casa Bianca per avere una conferma imbarazzante per D’Avanzo e Bonini di cui non ricordo nemmeno il contenuto, adesso. Poi tutto finì e ne rimase un legame anche di collaborazione con Pio Pompa, figura deliziosa e acuta di spione onesto e intelligente e amico dell’occidente e di Israele

Ora, probabilmente è vero che nello specifico Rocca avesse ragione e Repubblica torto (anche perché Rocca minaccia di querelare chiunque dica il contrario e noi non vogliamo avere nessuna discussione con gente nata ad Alcamo).

Però Rocca oggi scrive: secondo Repubblica la balla sul Niger è stata organizzata dagli italiani, ma è una barzelletta che, tra l’altro, fosse vera, ma non lo è, confermerebbe la necessità americana di controllare gli alleati. 

Ecco, questo no. Perché a George Bush serviva un pretesto per invadere l’Iraq, quindi gli serviva (e la usò) una bufala su presunte armi di distruzione di massa, poco importava se fossero bufale fabbricate in Italia (come dice Repubblica) o fuori dall’Italia (come dice Rocca). Quindi, al contrario di come fa Rocca, questo non è un argomento spendibile per giustificare uno spionaggio illegale. Ma cosa si deve fare per campare…

Poi fa sorridere che lui, per giustificare moralmente l’opera di spionaggio illegale più colossale della storia dell’umanità, tiri fuori la storia del Niger.

Lui, secondo il suo direttore dell’epoca, “aveva assunto la guida delle operazioni pro Bush e pro Sismi, e il Sismi gli veniva dietro”.

Rocca, per dire, ha più volte ribadito di essere favorevole al rapimento illegale dell’Imam Abu Omar.
Non ci stupisce che apprezzi questi giochi sporchi dei servizi segreti americani.

Per certa gente la democrazia è così importante che per conservarla sono disposti a sospendere la democrazia.

Lo stallone donna: Annabel Chong. Pornografia, Università e Femminismo in America negli anni ’90-’00

1. Uno dei più influenti personaggi del femminismo americano degli ultimi decenni è stata Andrea Dworkin. Autrice di testi-chiave, come Pornography and Civil Rights a new day for Women’s Equality, o anche Pornography, Men Possessing Women e Intercourse, un libro che interpreta l’atto sessuale, la penetrazione pene-vagina (nel contesto patriarcale e per come viene solitamente rappresentato in cinema e pornografia), come una occupazione violenta, paragonabile all’invasione nazista della Polonia. L’uomo, secondo Andrea Dworkin, ha una visione del sesso legata alla guerra o alla caccia*, una visione del rapporto sessuale oltretutto peggiorata e resa odiosa dalla moderna pornografia che dipingerebbe le donne come oggetti passivi del potere-piacere maschile.
Nel corso della sua vita, Andrea Dworkin subì duramente e in più occasioni abusi sessuali da parte degli uomini. Queste orribili esperienze hanno sicuramente offerto una base empirica per alcune delle sue teorie.

2.Annabel Chong (vero nome Grace Quek) è nata nel 1972 a Singapore. A diciott’anni va in Inghilterra con un Gifted Student Programme, una borsa di studio all’estero per gli studenti più dotati.
Anche lei, come Andrea Dworkin, fu una giovane vittima della violenza sessuale maschile: uno stupro di gruppo nei pressi di una stazione ferroviaria, quando non aveva ancora vent’anni.
La sua reazione fu diversa, opposta a quella della Dworkin: se Dworkin interpretò le violenze subìte come prova dell’ineluttabile violenza di ogni atto sessuale maschile, Annabel Chong sembrerebbe aver colto l’occasione per prendere consapevolezza di sè e del proprio corpo.
Entrò nell’industria del porno e nel 1995, a soli 22 anni entrò anche nel Guinnes dei Primati per la sua interpretazione di Messalina nel film porno “The world’s biggest gangbang”.
251 atti sessuali con 70 uomini diversi, nell’arco di 10 ore. Una epocale opera di performance art o una squallida rappresentazione di lascivia e depravazione?
Vediamo cosa ne dice Annabel in un intervista consultabile online:

Quali erano le ragioni che ti hanno spinto a fare il film?
Per me aveva molto a che fare con l’umorismo, perchè c’è questo stereotipo dello stallone che si scopa qualsiasi cosa si muova attorno a sè, e la mia era una parodia di come gli uomini dovrebbero essere.

Come vedete, una visione completamente alternativa a quel pensiero femminista che legge la pornografia come uno spettacolo sempre e comunque degradante: troviamo qui, al contrario, umorismo e parodia degli attegiamenti maschili. Oltretutto, possiamo immaginare che durante le riprese lei abbia maturato un senso di eguaglianza/superiorità nei confronti degli uomini che si affannavano attorno a lei, di cui LEI disponeva a piacimento; la stessa consapevolezza riscontrabile in quelle donne che lavorano come infermiere, psicanaliste, insegnanti o escort, abituate a guardare gli uomini dall’alto in basso e quindi prive di ogni sudditanza.
Annabel Chong era una pornostar intellettuale, che conosceva bene i limiti e le aporìe della pornografia, e aveva le idee chiare: nel documentario sulla sua vita (che ha vinto un premio al Sundance Festival) le viene chiesto delle misure di sicurezza, del fatto che alcuni partecipanti al suo film non avessero il preservativo.
La sua risposta fu intrisa di nichilismo e di gioia di vivere:

Lo so che ho rischiato di prendere l’AIDS, ma il sesso è una cosa per cui vale la pena rischiare la morte.

3.
Oggi Annabel Chong non esiste più, Grace Quek ha scelto di abbandonare il suo personaggio per tornare ad una vita normale.
Ma il suo mito rimane intatto.
Chuck Pahlaniuk ha ambientato un suo romanzo, Snuff (tradotto in italiano con il titolo di Gang Bang), durante un tentativo di rubare il record ad Annabel Chong; un libro davvero divertente, commovente e rivoltante allo stesso tempo, nel più classico stile Pahlaniuk.
Ma c’è anche chi sfrutta il nome e il lascito culturale di Annabel Chong per i propri fini economici: stiamo parlando dell’industria pornografica.
Possiamo dire che “The World Biggest Gangbang” della Chong, uscito nel ’95, abbia spianato la strada per due tendenze della pornografia che nei decenni successivi si sarebbero affermate: la gang-bang e il porno-femminista.
Se la gang-bang è un aspetto puramente “tecnico”, il porno “female-friendly” è un atteggiamento culturale nuovo**, magari venato di “sex-positive feminism“, e ha conosciuto una vera esplosione di interpreti, registi, case di produzione e anche di Professori Universitari pronti ad attestarne la validità artistico-culturale.
La differenza fra i magnati dell’industria del porno e Annabel Chong è sostanziale:
la Chong non ricevette neanche un dollaro per la sua impresa di 251 atti sessuali. Lo fece per la gloria e per l’arte, soltanto. Non si può dire lo stesso per chi guadagnò milioni grazie a quella videocasseta (che fu ovviamente il primo bestseller dei vhs porno in USA).
Dalla fine degli anni ’90 in USA la lobby economica del porno organizza conferenze miste accademici-pornostar, dove si fanno seminari intitolati : “Cum Shots: History, Theory and Research”, oppure “Gay Porn for a Specific Audience: Mature and Uncut Men.”
Eventi nati per volontà dei quattro giganti della pornografia Usa (Vivid, Vca, Metro e Wicked).
In queste convention (intitolate World Pornography Conference) pornostar, segaioli e professori universitari (spesso le ultime due categorie coincidono) si incontrano e si fanno i pompini a vicenda (in senso figurato, naturalmente) attestando l’ingresso dell’industria del porno nel mainstream della popular culture. Alcuni personaggi sono arrivati al porno da una carriera universitaria***: oltre alla già citata Annabel Chong, ricordiamo la regista porno Tristam Taormino, teorica femminista, laureata alla Wesleyan University e nipote del grande scrittore Thomas Pynchon.
Il lobbysmo in America conosce vie tortuose, quindi non sorprende che professori di Cultural Theory e Gender Studies spendano parte del loro tempo ad esaltare la pornografia come fenomeno culturale complesso e quindi da analizzare, magari remunerati (meglio dire ‘lubrificati’) dall’industria pornografica.
Concludiamo, a tal proposito, citando un altro regista porno laureato, John Horner, che alla prima conferenza del 1998 ringraziò così i professori universitari accorsi:
Vi ringraziamo, per averci aiutato a diventare sempre più mainstream.
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*Noi del fiumeoreto abbiamo una visione dell’atto sessuale uomo-donna molto più gioiosa e spensierata rispetto alla Dworkin. Però, se vi interessa approfondire l’argomento del simbolismo fra sessualità maschile e caccia (o guerra) vi consigliamo il classico di Geza Roheim, Antropologia e Psicanalisi che si occupa ampiamente dell’argomento.

**Relativamente nuova: sappiamo che dagli anni ’60-’70 in Svezia le femministe combatterono una battaglia per la libertà pornografica. Negli anni ’80 la saturazione del mercato pornografico portò il femminismo europeo a rifiutare questa pratica come degradante. Oggi, appunto il porno “female-oriented” sta riaprendo la discussione. Proprio in Svezia opera la più famosa regista europea del genere, Erika Lust, con la Lust Production.
*** Recentemente la prof.ssa Parrenas-Shimizu ha pubblicato un libro che sembra debitore tanto ad Annabel Chong quanto a Gayatri Spivak: The Hypersexuality of Race: Performing Asian-American Women on Screen and Scene. Nel libro si enfatizza la ribellione della Chong alla rigida morale sessuale della sua famiglia, proveniente da Singapore

Contro il discorso neocon: piccola confutazione di un articolo di Christian Rocca

Ciò che vi proponiamo oggi è un modesto (ma non umile) tentativo di smontare le tesi presentate dal giornalista Christian Rocca nella sua prefazione ad un saggio di Paul Berman apparso su IL, magazine del Sole24ore .
Non siamo i primi che si cimentano nel glossare un testo neoconservatore e/o xenofobo. A questo link potete trovare una dissacrante e divertente demolizione dei deliri razzisti di Oriana Fallaci compiuta un decennio fa da Miguel Martinez e Lisa Maccari; Daniele Luttazzi nei suoi libri smonta pezzo per pezzo la retorica di Giuliano Ferrara su temi come l’aborto e Renato Farina, due temi per certi versi simili.
Noi non ci sentiamo affatto superiori nè a chi ci ha preceduto nè al bersaglio della nostra critica, Christian Rocca, che il giornalista lo sa pure fare, ha una buona vis polemica (altrimenti non sarebbe un Moggiano di ferro) e conosce come pochi altri (in Italia e in Europa) gli uomini e le donne della politica e del giornalismo statunitensi.
Se tentiamo di confutare le sue tesi è perchè non le accettiamo. Non vogliamo vivere nel terrore e non pensiamo che l’ideologia islamista sia il nostro vero problema. Soprattutto, al contrario di Rocca, non pensiamo che l’eventuale minaccia sia sottovalutata, anzi pensiamo che l’islamofobia sia piuttosto in aumento nel nostro paese e in Europa. In America è già al massimo da anni.
In corsivo mettiamo il testo di Rocca, che ricopiamo perchè liberamente disponibile online. Ogni nostro commento è preceduto da un trattino tipo questo –

In 1984, George Orwell si era inventato la “Thought Police”, la polizia del pensiero (nella traduzione italiana chiamata la psicopolizia), un espediente narrativo per fornire al sistema totalitario guidato dal Grande Fratello lo strumento di coercizione più invasivo che l’essere umano potesse immaginare e sopportare: il controllo del pensiero ventiquattr’ore su ventiquattro.

Il controllo poliziesco del pensiero significava annullamento del pensiero, cancellazione dell’individuo, schiavitù. «Il Grande Fratello vi guarda», minacciavano le scritte sulle strade di Oceania. I sudditi del regime di conseguenza erano costretti a non pensare. Erano costretti ad annullarsi per evitare guai. «Si doveva vivere (o meglio si viveva, per un’abitudine, che era diventata, infine, istinto) tenendo presente che qualsiasi suono prodotto sarebbe stato udito e che, a meno di essere al buio, ogni movimento sarebbe stato visto», si legge già alle prime pagine di 1984, assieme a Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler uno dei testi letterari definitivi sul totalitarismo.

Che cosa c’entrano George Orwell e i sistemi totalitari del Novecento con l’ideologia militante dell’Islam radicale e la minaccia alla libertà di pensiero di cui parla questo saggio scritto da Paul Berman?

-eh, infatti, cosa c’entrano?

C’entrano. Oggi, argomenta Berman, l’Islam radicale si è posto l’obiettivo politico di restringere i limiti di ciò che è consentito pensare, sia nella società occidentale sia nel mondo islamico. L’ideologia islamista e le sue squadracce non minacciano soltanto la libertà di espressione, puntano addirittura a controllare la libertà di pensiero. L’Islam radicale si è trasformato nella psicopolizia del romanzo di Orwell. Se non ce ne accorgiamo, avverte Berman, possiamo dire addio società liberale.

-Possiamo, chi? Società liberale, dove?
Ci sembra logico affermare che ogni regime autoritario ha in mente di controllare il pensiero dei suoi cittadini.
Orwell voleva parlare di OGNI regime possibile nel suo futuro. Paragonare il mondo di 1984 a UN QUALSIASI regime totalitario, come sembra fare Rocca, equivale a dire un’ovvietà. o meglio, equivale a dire una cazzata.
Perchè, vedremo più avanti, ‘l’ideologia islamista’ di cui parla Rocca non è al potere in alcuno stato sovrano, quindi è davvero stupido e inutilmente retorico paragonare la psicopolizia di 1984 alla ‘minaccia islamista alla libertà di pensiero’…
..A meno che, ovviamente, Christian Rocca non stia parlando dell’Arabia Saudita, storico alleato americano. Se così fosse, il decennale sostegno alla crudele monarchia saudita renderebbe gli Stati Uniti di Bush (esaltati da Rocca) il più grande Quisling della storia dell’Umanità.
Berman nel suo articolo parla proprio della repressione e della shari’a in Arabia Saudita, quindi sì, incredibilmente Christian Rocca sta sconfessando anni di militanza pro-Bush e si allinea coi Michael Moore più oltranzisti e obesi.

Paul Berman è un intellettuale americano liberal e di sinistra da anni impegnato a spiegare come la battaglia contro l’Islam politico è la diretta continuazione della lotta contro gli altri totalitarismi del Novecento, il nazifascismo e il comunismo. In Terrore e liberalismo (Einaudi, 2004), Berman aveva illuminato con precisione la connessione ideologica tra l’islamismo, il nazionalismo arabo e i movimenti totalitari del ventesimo secolo.

-Sottolineare l’appartenenza politica di Berman è un tentativo molto sottile e raffinato di rafforzare empaticamente l’islamofobia nei lettori di “sinistra” dell’inserto del Sole 24ore su cui è apparso questo articolo. Segniamo anche un punto a favore di Rocca: più avanti nell’articolo eviterà di sottolineare la nota melodrammatica della dichiarata omosessualità di Bruce Bawer.

A poco a poco l’attenzione di Berman si è spostata sugli intellettuali del mondo libero, in particolare quelli che non sono stati capaci di individuare nell’estremismo islamico, e nemmeno nella dittatura nazionalista di Saddam Hussein, la versione moderna della minaccia totalitaria del secolo scorso. Affrontare e contrastare sul piano delle idee questo pericolo, secondo Berman, non è soltanto la cosa giusta da fare, ma quella moralmente doverosa.

-adesso la critica di questa prefazione diventa davvero imbarazzante, imbarazzante da scrivere.
l’ ‘ideologia islamista’ di cui si sta parlando sarebbe quindi quella qaedista o quella baathista? i religiosi o i laici? oppure basta che siano musulmani?
quale delle due è ‘la versione moderna del totalitarismo’ novecentesco?
DI CHE STIAMO PARLANDO, ROCCA?
il tono della frase qui sopra è quello di un professore universitario durante l’esame di Storia del Medio Oriente alla laurea triennale, quando lo studente Rocca Christian, (fuorisede proveniente dalla lontana Alcamo, Virginia) a domanda precisa, balbetta e confonde i regimi nazionalisti laici con un non meglio identificato islamismo, rendendo quindi inutili tutte le parole finora pronunciate. 18, va, che c’è caldo..

Gli intellettuali, ha scritto Berman nel saggio del 2010 intitolato The Flight of Intellectuals (incomprensibilmente non ancora tradotto in italiano), scappano di fronte alla realtà e non assolvono il loro compito che in teoria è quello di spiegare all’opinione pubblica che cosa sta succedendo. I maître à penser occidentali vedono la minaccia di un movimento politico autoritario e totalitario che dice di agire in nome dell’Islam ma, invece di denunciare la barbarie e le intimidazioni, preferiscono fuggire dalle loro responsabilità. Stanno zitti. Rinunciano al loro ruolo. Depotenziano il dibattito. Evitano la discussione. Fanno anche di peggio: accusano i dissidenti e gli spiriti liberi di quelle società, ridicolizzano il loro coraggio. Li disprezzano, anche. Assieme a chiunque prenda le loro difese.

-gli intellettuali scappano? il più potente e famoso quotidiano italiano, il Corriere della Sera, tramite il suo direttore Ferruccio De Bortoli ha spacciato per più di un decennio ormai, e continua a farlo, le idee razziste e violente di Oriana Fallaci, la defunta propagandista razzista che è ancora lontana dall’essere dimenticata dall’ ‘industria culturale’ italiana e mondiale e norvegese..
Fa il finto tonto, Rocca? O è disinformato? O pensa che Ferruccio De Bortoli non sia un mâitre à penser?

Non è stato sempre così. Nel 1989, il mondo intellettuale si è schierato con Salman Rushdie, quando lo scrittore è stato condannato a morte dalla fatwa religiosa emanata dall’ayatollah iraniano Khomeini, ma allora non era ancora evidente la capacità di intimidazione dell’Islam politico. In nome della libertà di espressione, durante il caso Rushdie le guide morali del mondo libero si sono mobilitate a favore dell’autore dei Versi satanici. I Rushdie dei nostri giorni – da Ayaan Hirsi Ali a Ibn Warraq – sono meno fortunati. Vengono liquidati come personaggi insignificanti, ignoranti, non rappresentativi. Non valgono quanto i leader del movimento islamista che fingono di essere moderati, come Tariq Ramadan.

-Oh, beh, questo vuol dire che Rocca non ritiene Fiamma Nirenstein un’esponente del mondo intellettuale, e qui ci trova d’accordo.
Dicendo questo ci dimostra di non considerare Giuliano Ferrara un intellettuale, o Roberto Saviano, o Giovanni Sartori, tutti pubblicamente critici contro le più dure derive islamiste.
O forse il suo è l’ennesimo trucchetto propagandistico?

Secondo Berman, la ragione di questa fuga degli intellettuali è più semplice di quanto possa sembrare: «Pensano sia meglio stare alla larga da autori che definiscono provocatori, temono sia troppo pericoloso sostenerli, sono intimiditi».

-E tu, Rocca, da giornalista, sei mai andato ad un incontro pubblico dove fosse presente Vittorio Arrigoni, poi ucciso dai tuoi stessi nemici? O lo ritenevi un personaggio ‘provocatorio’ e ‘pericoloso’?

Con la polizia del pensiero a vigilare, l’intimidazione e la paura diventano sentimenti decisamente più efficaci della rabbia e dell’orgoglio di chi denuncia l’oppressione e l’intolleranza. La nuova riflessione di Berman, contenuta in questo saggio pubblicato da IL in esclusiva italiana, si concentra su un rischio apparentemente lontano per la società aperta, ma che in realtà è più pericoloso e attuale degli atti di violenza terroristica. Un pericolo di tipo orwelliano.

Berman non è solo in questa battaglia. L’editorialista dell’Observer britannico, Nick Cohen, su questo tema ha scritto un saggio dal titolo You Can’t Read This Book (dedicato a Christopher Hitchens, uno che dal caso Rushdie fino al suo ultimo giorno di vita non si è mai dato alla fuga). Cohen sostiene che non è vero che stiamo vivendo un’epoca di libertà senza precedenti, come si usa dire con un pizzico di ingenuità. Chi offende la religione musulmana, anche solo con una vignetta o con un romanzo, mette a rischio la propria vita. Il risultato diretto è l’autocensura, la fine della società aperta. A vigilare che tutto vada secondo i precetti ideologici c’è la polizia del pensiero, temibile per la sua capacità di intimidire e facilitata nel compito coercitivo dall’abdicazione dell’élite culturale.

-Polizia del pensiero? vi sembra che Forattini o Stefano Disegni o Vincino non abbiano mai pubblicato vignette contro l’islam radicale?
Daniela Santanchè è stata libera di bestemmiare in diretta tv contro il profeta Maometto, e la sua testa è ancora saldamente (chirurgicamente?) attaccata alle spalle. Tra l’altro, le oscenità da lei urlate in quell’occasione contro l’indifeso Maometto POTREBBERO DIRSI UGUALMENTE di san Giuseppe, ma nessuno lo farebbe mai in tv. Autocensura? Polizia del pensiero?
Qualsiasi predicatore della sua amata America è libero di bruciare il Corano senza pericolo (a meno che non passi un mujahidin in skateboard a rubarglielo, esponente del gruppo salafita dei Martiri di Tony Hawk).
I suoi amati marines sono liberi di invadere un paese, fare morti e prigionieri, sequestrare nelle carceri i libri sacri e bruciarli. Per poi gridare al pericolo islamista e alla polizia del pensiero se qualcuno osa avere da ridire.
Chi bombarda i civili da aerei senza pilota e brucia i libri sacri è abbastanza orwelliano per te, oppure il fatto che goda delle fondamentali libertà di fumetto e pornografia lo rende meno orwelliano?
Hai un orwellometro?

Bruce Bawer, scrittore americano in trasferta in Norvegia, definisce «nuovi Quisling» quegli intellettuali occidentali che si oppongono al dibattito sul totalitarismo musulmano e cercano di controllare la conversazione sull’Islam in modo che non offenda i suoi principi ideologici. “Nuovi Quisling” è un insulto feroce.

-sarà un insulto feroce, ma è abbastanza simile alle tesi di Breivik stesso, il quale sicuramente nel suo lussuoso carcere  leggerà e apprezzerà il testo di Berman di cui Rocca fa la prefazione. Non conosciamo l’opinione di Breivik su Quisling, ma conosciamo le sue idee sull’insidiarsi dell’ideologia islamista in europa, e avendole lette possiamo dirvi che non si discostano molto dalle idee di Rocca e di Berman.
Inoltre, le metafore e le similitudini con la Seconda Guerra Mondiale sono un abusato cavallo di battaglia retorico dei neocon. un cavallo zoppo, secondo noi, visto che la reductio ad hitlerum et similia  sta via via perdendo la sua potenza, e con essa tutti i riferimenti a Quisling, o tutte le metafore con la conferenza di Monaco che simboleggerebbe la codardia occidentale di fronte alla minaccia del giorno. (mai hanno parlato di Hiroshima, curiosamente.)

Vidkun Quisling è stato il gerarca fascista norvegese che ha governato il suo Paese con il pugno di ferro per conto dei nazisti. Quisling, insomma, è il simbolo del collaborazionismo con il male assoluto. In The New Quislings: How the International Left Used the Oslo Massacre to Silence Debate About Islam, appena pubblicato da Harper Collins ed edito da Adam Bellow, il figlio di Saul, Bawer ha replicato con veemenza a chi ha strumentalizzato la lucida follia assassina di Anders Breivik, il massacratore locale dei ragazzi di Oslo, per delegittimare i pochi critici dell’ideologia islamista.

Gli articoli di Bawer sono stati citati nel lungo e delirante manifesto lasciato da Breivik e, per questo, con una dose eccessiva di cinismo sono stati successivamente collegati all’azione omicida del solitario assassino norvegese. Da qui la passione personale, talvolta scomposta, di Bawer nel rilanciare attaccando chi ha approfittato di una strage di adolescenti per silenziare il dibattito sull’Islam.

-Abbiamo già detto che se un Quisling c’è, è G.W. Bush, col suo sostegno alla psicopolizia saudita, ma un attimo… il manifesto di Breivik è delirante? Come delirante? Breivik cita Oriana Fallaci, come fanno Rocca e Wilders e Bawer e Berman. Breivik cita Bawer, come lo cita Rocca.
Le sue azioni sono deliranti, se volete, ma se il discorso di Breivik è delirante, allora anche il discorso di Rocca è delirante.
La differenza fra Rocca e Breivik è che quest’ultimo ha ucciso di persona decine di giovani innocenti, mentre il primo naturalmente non hai mai fatto male a una mosca e ha sostenuto coi suoi articoli alcune vaste operazioni militari.
Per il resto, la pensano più o meno allo stesso modo su diversi argomenti. Ad esempio, poco prima avete letto che Rocca ha scritto della ..polizia del pensiero, temibile per la sua capacità di intimidire e facilitata nel compito coercitivo dall’abdicazione dell’élite culturale; una tesi del genere è quasi identica a quelle sostenute da Breivik nel suo debordante manifesto d’intenti multimediale, quando parla della political correctness (che impedisce di demonizzare l’islam) come forma di evoluzione del marxismo culturale, quindi sostanzialmente un segno della debolezza degli intellettuali contemporanei di fronte all’islam. Tesi di Bawer, con ogni probabilità…

Il saggio di Paul Berman è più sereno, sine ira ac studio, senza ira né pregiudizi, ma il punto di arrivo è lo stesso: la società aperta non si può permettere di ignorare la campagna globale islamista per la limitazione della libertà di pensiero attraverso l’intimidazione.

-Christian Rocca, e questo gli va riconosciuto, da quando Obama è diventato presidente ha aggiornato i lettori del suo blog riguardo ogni mossa ‘alla Bush’ da parte di Barack H. Obama, cose tipo bombardamenti, mancata chiusura di Guantanamo, aumento dei budget militari, ricerche sperimentali su nuove armi, raid aerei in paesi come Somalia e Pakistan..cose ‘alla Bush’ secondo Rocca e anche secondo noi. Il suo tentativo, riuscitissimo secondo noi, era quello di mostrare a tutti gli enthusiasts italiani del Nobel per la Pace Obama che la sua politica estera era uguale a quella di Bush, se non più aggressiva.
Con una mossa davvero simpatica e incisiva, queste notizie venivano presentate sotto l’elaborazione grafica di un volto con le sembianze di Bush E di Obama insieme, con l’ammiccante titolo that’s right.


Ora, tutte queste campagne militari cominciate da Bush e continuate da Obama si inscrivono in una una vera e propria Campagna Globale, per parafrasare la prefazione.
Se Rocca volesse davvero capire i motivi della forza di una non ben definita ‘campagna globale islamista’, dovrebbe interrogarsi sulla portata intimidatoria e sulla capacità di fuoco della campagna globale militare americana, che va avanti da più di un decennio e che Rocca ci ha raccontato in questi anni, anni in cui il suo sostegno giornalistico alla guerra americana non è mai venuto meno.

p.s.

Leggetevi, se ce la fate, l’articolo di Berman da cui la prefazione. Ci piacerebbe commentarlo ma per ora non abbiamo il tempo. Vi anticipiamo solo che Berman definisce Magdi Allam moralmente scrupoloso.