Isolare piazza Garraffello non è la soluzione! Contro il Muro della Vucciria! La città è di chi la vive!

orlando champagne

Dopo aver chiuso con la forza piazza San Domenico, il sindaco Orlando tenta un altro colpo di mano con Piazza Garraffello.
Un atteggiamento da dittatore che, ovviamente, trova le resistenze della gente del quartiere.

Qualche giorno fa solo un miracolo ha evitato una tragedia, quando una parte di una palazzina pericolante è crollata, senza causare vittime.
Fosse successo di sabato notte ci sarebbero stati morti e feriti.
Santa Rosalia ci ha messo la mano.

macerie garraffello

Avvertenza per chi non vive a Palermo: il palazzo NON è ridotto così in seguito al crollo. A ridurlo così furono le bombe inglesi e americane e tedesche e italiane nel 1943. Il crollo ha interessato una piccolissima parte, quella che si vede a terra in basso

Il palazzo in questione è uno dei pochi esempi, in Italia e in Europa, di macerie della Seconda Guerra Mondiale perfettamente conservate.

La Gedachtniskirche di Berlino come Piazza Garraffelo a Palermo, la memoria delle atrocità della guerra va mantenuta viva

La Gedachtniskirche di Berlino come Piazza Garraffelo a Palermo: la memoria delle atrocità della guerra va mantenuta viva

Qualcosa di simile è rimasto a Berlino come eterna memoria degli orrori della guerra.
Palermo, una delle città più bombardate in Europa, ha mantenuto diversi ruderi della Seconda Guerra Mondiale, quando inglesi e americani distrussero sistematicamente il centro storico per vedere l’effetto psicologico sulle popolazioni.
A qualcuno sembrerà strana quella specie di svastica chiaramente visibile sulle rovine, opera dell’artista Uwe Jaentsch che ha donato la sua arte al quartiere. Proprio nel punto del crollo aveva fatto una scultura di immondizia precedentemente rimossa dal Comune.

Ora Orlando e il potere cittadino hanno deciso di chiudere l’accesso a Piazza Garraffello, tra le proteste dei vuccirioti.

Una mossa dittatoriale, che spezza la continuità fisica, storica e comunitaria di un quartiere popolatissimo e amato dai palermitani.

Giustamente gli abitanti del quartiere dicono che bisognava intervenire prima del crollo, non adesso. Dicono che le responsabilità sono del Comune, visto il vincolo dei Beni Culturali sugli antichi palazzi abitati e la proprietà del Comune su quelli diroccati. Gente che ha speso soldi basandosi sulle direttive comunali ora si ritrova il quartiere diviso da un muro per l’odiosa decisione presa dall’alto.

Intervenire adesso serve solo per le telecamere, ma sappiamo quanto il nostro sindaco si diverta a farsi inseguire dagli obiettivi dei media.

orlando alla taverna azzurra

Il sindaco Orlando, come già il compianto Federico II, la notte gira per le taverne della città di Palermo, cercando di capire i bisogni della popolazione dalla loro viva voce.

I secondi fini di questa mossa urbanistica sconsiderata sono parecchi: vista l’incapacità di intervenire sui problemi reali del quartiere si decide di tappare l’arteria principale, impedendo così il traffico di persone che caratterizza da secoli la Vucciria; così si cercherà di colpire la ‘movida’, come se fosse questo il problema principale del centro storico, e non la mancanza di lavoro e infrastrutture adeguate.

Circa due anni fa pubblicavamo questo articolo sulla rivolta dei Forconi.

Circa due anni fa i Forconi paralizzavano i trasporti da e per la Sicilia.

In quell’occasione abbiamo scritto alcune riflessioni, che oggi vi riproponiamo. Le nostre parole sembrano essersi avverate.

La Sicilia, come sempre, laboratorio politico d’Italia e d’Europa. Dai Forconi alle Crociate (pubblicato il 24 Gennaio 2012)

Il recentissimo movimento dei Forconi è sbocciato in Sicilia, paralizzando l’isola per una settimana.
Ieri, il giorno seguente la fine dell’agitazione, la protesta degli autotrasportatori si è diffusa in tutta Italia.
Storicamente, la Sicilia è stata sempre un passo avanti rispetto all’ Italia per quanto riguarda la nascita di movimenti politici nuovi e travolgenti.
Facciamo una passeggiata a ritroso nel tempo ed elenchiamone alcuni:

1989 la Pantera.
il movimento universitario nato in opposizione alla riforma del ministro Ruberti nacque nel dicembre 1989 alla facoltà di lettere dell’università di Palermo, per poi diffondersi a macchia d’olio in tutta italia.

1970 Le Radio Libere

La prima radio libera della storia d’Italia nacque, naturalmente, in Sicilia, per la precisione a Partinico. Radio Libera Partinico, fondata dal grande Danilo Dolci, fu il primo tentativo di creare una radio clandestina in Italia. Sappiamo che negli anni ’70 in Italia furono centinaia le esperienze similari, ma ciò non toglie che il primo vagito di libera radio in Italia provenne dalle campagne della provincia di Palermo.

Antonio Canepa, leader dell’ EVIS

1946 Costituzione.
Non molti lo sanno, ma l’indipendentismo siciliano post-seconda guerra mondiale spinse il governo provvisorio italiano a ratificare la costituzione dello statuto regionale siciliano il 18 maggio 1946, tre settimane prima del referendum monarchia-repubblica e MOLTO prima che la costituzione italiana venisse pensata, e prima quindi delle altre regioni a statuto speciale, che si limitarono a seguire la strada tracciata dalla Trinacria.


1889-1894 Fasci siciliani
La prima rivolta ad ispirazione marxista della storia dell’umanità? Forse sì, visto che la Comune di Parigi di circa vent’anni prima aveva le sue radici principalmente nel pensiero di Proudhon e di Blanqui. Nella rivolta dei Fasci Siciliani invece, oltre a garibaldini e mazziniani, l’ispirazione marxista era ben più presente. I Fasci Siciliani furono la copia-carbone per tutte le successive rivolte agrarie marxiste di tutta Europa.


1848 Primavera dei popoli

L’anno della “primavera dei popoli” non sbocciò a Parigi, come la vulgata vuole: la prima insurrezione, nel gennaio di quell’anno-simbolo, scoppiò a Palermo in Piazza della Fiera Vecchia; da allora fino ad oggi la piazza cambiò nome in Piazza della Rivoluzione. L’Europa seguì a ruota l’esempio dei black bloc siciliani di metà ottocento.


XIII sec. Le crociate.
anche le crociate sono state, storicamente, un semplice afterhour della presa normanna della Sicilia. Quando il papa Gregorio IX chiese allo stupor mundi Federico II truppe e risorse per la sesta crociata, i nuovi regnanti svevi della Sicilia risposero con un rifiuto sdegnato, sostenendo che loro la crociata l’avevano già fatta, riportando definitivamente la Sicilia alla cristianità dopo il secolare (e tutt’ora rimpianto) governo del Califfato musulmano.

I due motivi per andare a vedere “La mafia uccide solo d’estate” di Pif e i tre motivi per non andarlo a vedere.

pif

Questi sono i due motivi per andare a vedere il film di Pif La mafia uccide solo d’estate:

1. Perchè è ambientato a Palermo.

2. Perché vi hanno costretto ad andarlo a vedere.

Ecco ora invece i tre motivi per NON andare a vedere il film di Pif La mafia uccide solo d’estate.

1. Per la banalizzazione. E’ francamente irritante il modo in cui Pif ha diviso il mondo: i buoni sono magnificamente, angelicamente, eroicamente buoni, mentre i cattivi sono degli idioti crudeli, grottescamente imbecilli. Pif sembra usare questo stratagemma narrativo per poter deridere la mafia stragista, ma risulta una mossa totalmente inadeguata, almeno per i palermitani che si ricordano quell’epoca. I personaggi reali sono troppo distanti dallo loro messa in scena.

Chinnici, Dalla Chiesa, Boris Giuliano, tutti mandati dallo Spirito Santo a salvare la Sicilia dai draghi e a sorridere al piccolo Arturo donandogli buffetti paterni, lezioni di vita e dolci alla ricotta.

I mafiosi e i loro alleati sono visti invece come dei babbei incapaci di far altro se non violenza e omicidio, dei trogloditi le cui scenette sono quelle che più faranno ridere gli spettatori non-siciliani, beffandosi del modo in cui Riina, Bagarella e soci sono idioti e scemi e brutti e cattivi.(Non a caso il critico cinematografico romano Marco Giusti ha aperto la sua recensione citando proprio le scene comiche più grottesche che nel film hanno per protagonisti i mafiosi). I personaggi reali sono troppo distanti dallo loro messa in scena.

Negli spettatori siciliani questo meccanismo comico rischia di non scattare perché magari ricordano episodi come la deposizione di Michele Greco al Maxiprocesso.

La calma e, in definitiva, lo stile quasi ipnotico dei patriarchi della mafia in catene. Lo stesso Giovanni Falcone in Cose di Cosa nostra parlava del fascino e perfino della contagiosa umanità di moltissimi mafiosi da lui interrogati. Ma Giovanni Falcone aveva a che fare con la realtà, mentre Pif ha a che fare con la fantasia e la realtà la tratta come materia giornalistica, e infatti del maxi-processo fa vedere unicamente le immagini più grottesche di detenuti che urlano aggrappati alle sbarre o che testimoniano su una barella.

Pif alla conferenza stampa di presentazione ha detto: “Da quando sono andato a vivere Milano molte persone mi hanno fatto domande sulla mafia: molti avevano l’immagine di Riina come un contadino, ma io spiegavo che la mafia era anche nella Palermo bene”. Tutto ciò è in contrasto col film che ha girato, in cui i mafiosi sono esattamente l’immagine che un milanese medio o un romano medio possono avere dei mafiosi, e i pochi collusi della Palermo bene sono tratteggiati appena di sfuggita e in maniera poco profonda (non scendiamo nei dettagli per non spoilerare)

La realtà dei fatti è troppo lontana dalla rapresentazione che ne fa Pif e quindi queste gag si basano su un presupposto inammisibile per chi abbia una conoscenza anche minima dei veri personaggi coinvolti.

Per chi invece quei personaggi non li conosce, risate e lacrime di commozione sono assicurate.

2. Per l’eccessiva istituzionalità. Il film è dedicato alla sezione catturandi della Polizia di Palermo e alla memoria dei poliziotti caduti in servizio. E’ stato girato servendosi dell’aiuto di Addiopizzo. E’ frutto di una coproduzione in cui sono in mezzo anche RAImovie ed MTV. Il Presidente del Senato ed ex capo dell’Antimafia Grasso lo ha approvato e applaudito ed è addirittura andato in un cinema dopo 24 anni per andare a vederlo, e il titolo del film è la parafrasi di un libro scritto dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano. Tutto ciò si sente un po’ troppo, non c’è dubbio, c’è un’aria pesante di istituzionalità che impedisce una qualsiasi critica seria alle responsabilità del potere politico-economico, che viene dipinto comodamente con l’onnipresente icona pop di Giulio Andreotti, che da solo funge da simbolo del lato-oscuro-dello-Stato, assolvendo Pif da qualsiasi interrogativo sui risvolti più imbarazzanti per le istituzioni. Per questi bisognerà aspettare il prossimo film sull’argomento di Sabina Guzzanti, che probabilmente sarà noiosissimo in confronto a Pif: La mafia uccide solo d’estate è infatti un prodotto ben fatto e perfetto per gli spettatori di Mtv e di Italia Uno, soprattutto per quelli che hanno seguito la carriera di Pif negli ultimi anni.

Il tutto condito da un intento pedagogico-istituzionale reso esplicito dal finale del film.

3. Per i tanti particolari approssimativi. Dallo stentato accento siciliano di Cristiana Capotondi allo stentato accento palermitano di Pif, per non dire del fatto che Pif ha 40 anni e interpreta un 22enne. Inoltre è stato girato quasi due anni fa e il montaggio ha richiesto mesi e mesi di ritardi, qualcosa che in qualche modo traspare dal risultato finale.

In un film che pretende di riprodurre fedelmente i particolari della recente storia palermitana, e in molti casi ci riesce in maniera egregia, stonano alcuni dettagli rivelatori. Geograficamente era complicato all’epoca (lo è ancora oggi) raggiungere un qualsiasi cimitero cittadino partendo dalle zone in cui abitano i protagonisti, e ci riesce difficile immaginare che due ragazzini del genere potessero agevolmente andarci da soli. Pif descrive una città in guerra in cui i due piccoli protagonisti difficilmente avrebbero potuto affrontare un simile viaggio, e quantomeno sarebbe stato interessante mostrare lo scenario umano che potevano incontrare attraversando da un capo all’altro la Palermo dei primi anni ’80. Ma non è questo l’obiettivo del film.

La storia di Pif è una storia antimafia borghese.

Racconta il modo in cui una parte della borghesia palermitana ha vissuto il periodo che va dalla strage di viale Lazio nel 1969 fino agli anni seguenti il terribile 1992, anni in cui la città di Palermo tentava di riprendersi da un periodo di guerra unico nella storia recente dell’Europa Occidentale.

La prospettiva finale del film propone quindi l’ideologia propria di quella borghesia: il Risveglio del popolo siciliano (e dei due protagonisti del film) dopo le stragi, il mito della “Primavera di Palermo”, mito oramai post-Orlandiano, la vulgata (per anni raccontata dal sindaco Ollanno ma ormai patrimonio dei sacerdoti della Religione dell’Antimafia) secondo cui i Lenzuoli appesi alle finestre, l’elaborazione del lutto cittadino, le manifestazioni pubbliche avrebbero sconfitto o quantomeno indebolito la mafia.

Quella stesa borghesia che nel corso degli anni ha applaudito gli arresti eccellenti, ha sventolato agende rosse, ha esultato sotto la questura, ha appiccicato adesivi per dire no al pizzo.

E così ci saremmo liberati, o quasi. Palermo è sicura, la Mafia storica, quei buffoni idioti incapaci del film di Pif, “hanno perso” o quantomeno “stanno perdendo” e marciscono in galera col regime di carcere duro, le cosche sono state “decapitate”, la salvezza è avvenuta grazie ad un pantheon di personaggi quasi antitetici, Impastato e Borsellino, Pietro Grasso e Ingroia, Dalla Chiesa e Falcone, Saviano e Pio La Torre. Un mazzo di veri e propri santini laici da cui pescare la citazione da mettere su Facebook o nelle interviste.

Se questa visuale va bene per raccontare una storia (e bisogna dire che il film è abbastanza ben fatto per quanto riguarda la ricostruzione plastica degli ambienti, delle situazioni, delle esplosioni, della carta da parati dell’epoca), lascia molte perplessità dal punto di vista politico quando non si fosse pronti ad accettare la Religione dell’Antimafia.

La Religione dell’Antimafia è quella cosa che prende i santini dei “martiri” antimafia e li sventola alla rinfusa, senza ricordarsi di ciò che effettivamente dicevano gli stessi martiri e di ciò che avevano fatto in vita.

Nello specifico, Paolo Borsellino diceva che Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo, con tutto ciò che il termine “guerra” e il termine “accordo” comportano per il popolo siciliano, aggiungiamo noi.

Per ora non c’è guerra, quindi le cose sono due: o con la reazione alle stragi degli anni ’90 lo Stato ha vinto e ha sconfitto la mafia, oppure ci si è messi d’accordo per fare cessare le violenze,

Secondo la visione di Pif, la catarsi c’è stata e la Palermo buona ha demolito la Palermo cattiva, o quantomeno c’è ottimismo per il futuro.

Ma non è detto che le cose stiano esattamente così. E soprattutto, anche se la mafia “non ha vinto” e i giudici hanno spezzato la spirale terroristica, le cose in Sicilia non sono migliorate. Violenza, disoccupazione, clientelismo, ignoranza e tutti gli altri mali endemici della Sicilia sono ancora dominanti. Le vaste operazioni di polizia hanno cancellato il dominio dei corleonesi, ma la società civile osannata da Pif non ha migliorato le condizioni di vita.

Abbiamo scritto questa recensione lunghissima ma potevate fermarvi al primo rigo: questo film andrebbe visto solamente perché è ambientato a Palermo.

DE ALCOLISMO – PALERMOBABYLON . Seconda parte: fatwā

leggi la prima parte

Oggi pubblichiamo la seconda parte di un “saggio” intitolato pomposamente ‘De alcolismo – PalermoBabylon’ , inviatoci dal nostro collaboratore Osama Riina. Ovviamente la redazione ci tiene a precisare che questo scritto riflette unicamente le opinioni dell’autore e non di tutto il sito. Decidiamo di ospitarlo perchè contiene alcune cose davvero interessanti.

De alcolismo – PalermoBabylon

di Osama Riina

seconda parte – fatwā

Oltre a dare lavoro, l’alcool tramite l’indotto soddisfa l’esigenza dei palermitani (e degli italiani) di svago post lavoro, o di disperazione pre lavoro, o di disoccupazione post non lavoro, o di pensione irascibile.

L’alcool è il collante sociale di un’ampissima umanità.

L’indotto rappresenta l’oro nascosto dell’industria e della cultura dell’alcool.

Don Verzè, ospite in prima serata di Antonella Clerici, parlò del vino (da lui prodotto in Brasile) come “medicina di conoscenza”, termini velatamente gnostico-esoterici;

verzy

D’altro canto, la cultura e l’arte sono legate a doppio filo all’alcoolismo: decine di secoli prima delle immortali quartine sul vino di Omar Khayyam, in Grecia c’era Alceo. A Palermo oggi c’è Luigi Maria Burruano (uno tra i migliori attori italiani in attività), degno erede di questa tradizione greca e musulmana.

In Italia e a Palermo (e forse pure a Baghdad) l’alcoolismo è un “bene” per la società: i soldi spesi dagli italiani per ubriacarsi fanno aumentare i consumi, il paniere ISTAT include gli alcolici, e se si vendono meno alcolici a Natale (!) l’intera economia ne risente.

spumaz

A questo punto, chi sono gli utopisti?

I religiosi (imam di Baghdad, abbiamo visto, e anche vescovoni della provincia siciliana, che incontreremo nella terza parte di questo scritto) i quali si scagliano contro questa droga sociale, oppure i libertari creativi delle agenzie di marketing che lavorano per conto dei marchi di alcoolici, o ancora gli estremisti atei di destra o di sinistra, tanto i fascisti quanto i centri sociali, che nelle loro serate intonano veri e propri inni all’alcoolismo, e che basano le proprie entrate su chi si ubriaca ogni sera, contribuendo così “con la propria pietruzza alla causa” dell’alcool, scambiando euro per innumerevoli Peroni, Moretti, Forst, Franziskaner (chiamata dagli addetti ai lavori “u parrinu”, per via del frate sull’ etichetta****)?.

Franziskaner.

“Francescano”.

U parrinu.

Il prete.

L’imam.

I negozi bruciati.

Le epatiti e le emorroidi e i disturbi gastrici che rodono gli abitanti della Conca d’Oro.

Gli incidenti stradali mortali per guida in stato di ebrezza.

Ma l’alcol è un fattore ineliminabile dell’economia e della cultura e della medicina del mondo contemporaneo, quindi ben vengano i minorenni alcolisti.

Inoltre, i brand dell’alcool mondiali e palermitani si battono con buoni mezzi e ottimi risultati nel mercato culturale per imporre il loro prodotto come stile di vita.

Diciamo anche che l’umanità ha conosciuto e patito le gioie dell’alcoolismo da millenni prima della nascita delle agenzie di pr e marketing, quindi queste ultime stanno avendo gioco facile sull’umanità palermitana e mondiale.

Nei prossimi capitoli analizzerò l’azione mediatico-culturale di due diversi brand di alcoolici, uno a livello mondiale ed uno a livello palermitano, scoprendo diverse analogie e qualche differenza.

note.

**** L’europa è piena di birre con stampate sulle etichette le immagini di frati in abito talare con il volto gonfio e arrossato e il boccale pieno di birra in mano. Queste facce di vecchi alcolizzati servi del signore vengono distribuite ai minorenni senza nessuna remora. Cosa direbbero gli imam? Qualsiasi cosa direbbero, chiunque dovrebbe dirsi d’accordo.

FINE DELLA SECONDA PARTE

Addio a Pat Fear dei White Flag. Palermo piange con te.

palermowhiteflagE’ con enorme dispiacere che apprendiamo della morte di Pat Fear, uno dei protagonisti dei primi furiosi anni del punk californiano.

Noi palermitani lo ricordiamo bene, visto che per ben due volte i White Flag si sono esibiti nel capoluogo siciliano; come headliner all’Ex Carcere e come spalla degli Adolescents al Piazzale dei Matrimoni.

Il concerto all’Ex Carcere fu una potenza, Pat Fear sembrò divertirsi moltissimo durante e dopo l’esibizione. Giovani palermitani salivano sul palco  per abbracciare questo omone baffuto mentre suonava, e Pat sembrava gradire molto queste dimostrazioni di affetto da parte di sconosciuti fans.

Pat Fear era un personaggio fenomenale, i White Flag erano uno “specchio che rifletteva ciò che succedeva nella scena punk californiana dei primordi” come ricorda il batterista Trace Element. D’altronde White Flag è un chiaro riferimento ai Black Flag, e il suo stesso nome d’arte Pat Fear era un detournment del nome del chitarrista dei Germs (e poi anche dei Nirvana) Pat Smear.

Pat Fear era un maniaco di musica, tant’è vero che per il tour italiano la sua Gasatanka Records fece uscire un cd con una cover dei Rokes, Piangi con me. Noi de ilfiumeoreto conserviamo gelosamente una copia di questo cd.

Abbiamo scoperto che però la musica non era l’unica passione di Pat Fear, il cui vero nome era Bill Bartell.

Bill era un poliziotto. Sì, uno sbirro americano ha cantato sul palco di diversi centri sociali occupati italiani. Se si fosse saputo all’epoca, magari qualcuno avrebbe fatto problemi.

Ma non solo. Bill era anche appassionato di Rodeo, e nel tempo libero si divertiva a cavalcare tori scatenati nelle fiere in giro per la California. A nostro avviso era anche un omosessuale, ma non ne siamo sicuri.

Insomma, da trent’anni quest’artista spargeva il suo estro in giro per il mondo, uno scene-man che conosceva tutti, che affrontava la vita e la musica con entusiasmo e che ha fatto divertire migliaia di persone durante la sua carriera. Sarà ricordato per questo.

pat-fear-

Chiudiamo con un video della fanzine storica dell’hardcore americano, Flipside. La sigla è dei White Flag e ci mostra il buon Pat Fear al massimo del suo splendore.

Le misteriose scritte YAHWEH apparse sui muri di Palermo potrebbero avere una spiegazione

yhw

Nelle settimane attorno a ferragosto la città di Palermo si è svegliata
letteralmente invasa da enormi scritte a bomboletta recanti il nome del dio
unico YAHWHE. Dalla Cattedrale a Mondello passando per il carcere Malaspina, un lavoro capillare.
Ilfiumeoreto è in possesso di alcune indiscrezioni riguardanti l’identità degli autori
di queste scritte.
Si dà il caso, per chi non lo sapesse, che YAHWHE è il nome di Dio per gli
ebrei, per i cristiani (in teoria), e soprattutto per i testimoni di Geova
(Yhwhe appunto).
La città di Palermo, come gran parte del globo, tra gli anni ’50-’90 del 1900 ha visto
l’opera di evangelizzazione dei testimoni di Geova, che hanno avvicinato al
loro culto centinaia di famiglie.
La città di Palermo è da millenni intrisa di una forte spiritualità
Anche oggi c’è un fermento notevole in tal senso.
Non dovremmo stupirci quindi nel pensare alle molteplici forme sincretiche attraverso
cui la spiritualità cittadina può esprimersi.
Pensate a un gruppo di giovanissimi appartenenti ad una crew hip hop. Quei ragazzi
che si divertono a inventare rime ispirandosi a Emis Killa, Moreno o Marrakech.
Questo gruppetto di giovani idealisti condivide anche la testimonianza in Geova. Le notti
di Agosto sono calde e vuote nella città.
“Con una bomboletta in mano possiamo testimoniare la nostra fede”, devono aver pensato.
Ecco quindi una banda di rapper testimoni di Geova che ricopre la città di
Palermo di scritte inneggianti a Dio.

Dalla parte dei commercianti della Vucciria che protestano contro l’isola pedonale

sando

Oggi i turisiti e i palermitani che passavano dalla centralissima via Roma hanno assistito ad uno spettacolo davvero particolare: una cinquantina di persone hanno smontato quella che il sindaco Orlando chiamava evocativamente “l’isola di piazza San Domenico”.
In realtà si trattava di qualche asse di legno e di qualche vaso che chiudeva il traffico e permetteva ai consumatori di alcoolici di sedersi al fresco delle notti palermitane.
I commercianti e altre persone della Vucciria hanno giustamente agito con la forza per andare contro una decisione improvvida del sindaco Orlando.
Ci siamo già occupati della Vucciria e della crisi d’identità che sta vivendo, e siamo contenti che il quartiere trovi la forza e il coraggio per agire alla luce del sole contro una decisione percepita come ingiusta.
Noi non usiamo Facebook, ma siamo sicuri che il conformismo dell’indignazione abbia raggiunto livelli patetici, tipo “boicottiamo la vucciria” o stronzate simili.
Magari gli indignati da tastiera stigmatizzano come “azione mafiosa” le barricate erette in via Roma distruggendo l’isola dei sogni di Orlando. Che idioti. Non c’è niente di meno mafioso di un’azione alla luce del sole, a volto scoperto, rivendicando le proprie ragioni. Questa si chiama democrazia e azione diretta contro le ingiustizie; i commercianti della Vucciria e (parrebbe) i posteggiatori stanno dando una lezione di civiltà alla città tutta.
Intendiamoci, era davvero carina l’isola pedonale a piazza San Domenico.
Ma bloccava il passaggio verso la Vucciria, eliminando un posteggio che di fatto dava posto a cinquanta e più automobili, soffocando ancora di più un quartiere in crisi.
Siamo sicuri che le lamentele su Facebook provengono da quei borghesi dei quartieri residenziali che al solo sentire la parola “isola pedonale” emettono un gemito di piacere.
Inoltre, il sindaco Orlando ha agito di testa sua, senza consultare chi in quella zona ci vive, con metodi cui siamo ormai abituati in questa terza, quarta o quinta legislatura orlandiana degli ultimi trent’anni.
Sentiamo le parole di Salvatore Tabita, rappresentante dei commercianti arrabbiati col sindaco, rilasciate ai cronisti di Repubblica Palermo:

“Nessuno ci ha mai detto che la piazza sarebbe stata chiusa e in ogni caso sapevamo che entro il 15 luglio sarebbe stata smantellata: così la Vucciria è definitivamente morta”.

Che poi sarebbe bastato decidere democraticamente assieme al quartiere, invece di agire in questo modo paraculo, lasciando a siti come Repubblica Palermo il compito di allisciarsi la popolazione con titoli del tipo: IL SONDAGGIO: I PALERMITANI TUTTI PAZZI PER L’ISOLA PEDONALE come se bastasse un sondaggio online per prolungare una misura che sarebbe dovuta decadere con la fine del Festino di Santa Rosalia, il 15 Luglio, e che invece Orlando prolungò, senza dire niente a nessuno, fino a Ottobre!
Concludiamo esprimendo la nostra solidarietà a chi dovesse subire ritorsioni legali per la propria azione di boicottaggio e rallegrandoci per il fatto che a Palermo c’è ancora gente che, se non gradisce una legge o una misura del genere, scende in piazza alla luce del sole per farsi giustizia.

p.s.

Parlando di social network, abbiamo dato un’occhiata al profilo twitter di un rappresentante di SEL Palermo. Un partito che dovrebbe essere di sinistra (in teoria) e che dovrebbe stare dalla parte  dei lavoratori vessati dal sindaco, e che invece si esprime in questa maniera contro le proteste dei lavoratori palermitani. Non c’è davvero limite alla deriva salottiera della sinistra istituzionale italiana. Ecco lo screenshot

limaDelle bestie! avete letto bene, delle BESTIE!

Giovanni Falcone e la mentalità mafiosa

Fra poche ore sarà il ventesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone; noi vogliamo parlare della mafia, o meglio, dei mafiosi.
Falcone e gli altri giudici palermitani hanno passato letteralmente mesi e anni interi a interrogare mafiosi: alcuni hanno urlato, altri si sono mostrati innocenti fino alla minaccia, altri hanno dato in escandescenza, altri si sono rifiutati di rispondere, chiedendo tuttavia al giudice di “non volergliene”, e infine altri hanno collaborato.
Giovanni Falcone, da persona sicuramente intelligente quale è stata, ha imparato dai mafiosi ad accorciare la distanza fra il dire e il fare, come gli uomini d’onore.
Fratello ricordati che devi morire, ci insegna la Chiesa cattolica. Il catechismo non scritto dei mafiosi suggerisce qualcosa di analogo: il rischio costante della morte, lo scarso valore attribuito alla vita altrui, ma anche alla propria, li costringono a vivere in uno stato di perenne allerta. Spesso ci stupiamo della quantità incredibile di dettagli che popolano la memoria di Cosa Nostra. Ma quando si vive come loro in attesa del peggio si è costratti a raccogliere anche le briciole. Niente è inutile. Niente è frutto del caso. La certezza della morte vicina, tra un attimo, tra una settimana, tra un anno, pervade del senso della precarietà ogni istante della loro vita .
Conoscendo gli uomini d’onore Falcone ha imparato che le logiche mafiose non sono mai sorpassate nè incomprensibili. Sono in realtà le logiche del Potere e dello Stato, sempre funzionali a uno scopo.
Giovanni Falcone alla fine è morto perchè ha avuto troppa fiducia nello Stato.
Pensava che la mafia non fosse altro che espressione di un bisogno di ordine e quindi di Stato, e fino all’ultimo era animato da un autentico e maturo senso dello Stato.
Falcone forse aveva capito che lo Stato italiano non aveva veramente intenzione di combattere la mafia. Ma, giorno dopo giorno, aveva maturato comunque l’idea che fosse suo dovere fare il salto di qualità nell’organizzazione della lotta per ottenere risultati significativi.
Vent’anni fa l’attentato, sanguinosa prova che la sua pur scettica fiducia nello Stato non fu ben riposta.

Lo Scemo di guerra. Beppe Grillo ispirato da Coluche? Secondo Dino Risi, sì.

(Premessa: Al fine di evitare un’esplosione di commenti deliranti, occorre precisare che questo NON è un articolo contro Beppe Grillo. Se qualche militante del Movimento 5 Stelle assetato di sangue fosse assalito dal dubbio, sappia che questo blog non ha legami con la cancrenosa Casta).

Alla vigilia della visita di Beppe Grillo nella città del fiumeoreto, i sondaggi incoronano sempre più il guru genovese come leader degli insoddisfatti, dei delusi dalla politica e via conversando. Lui, da par suo, riempie le pagine dei giornali dando della “salma” a Napolitano.

Su Grillo, sulle accuse di populismo rivoltegli, sul suo saccheggio nel bacino elettorale della sinistra, sulla sua “potenza verbale” e sulla sua volgarità è stato scritto tutto e il contrario di tutto, e probabilmente chi si interessa a simili temi è in grado di trattarli certamente meglio del sottoscritto, il quale, molto più umilmente, sottopone alla vostra attenzione una chiave di lettura alternativa (e nemmeno troppo seria) dell’impegno politico del Grillazzo.

Anno 1985. Grillo viene scelto nientemeno che da Dino Risi come protagonista del film Scemo di guerra, produzione italo-francese ispirata ai diari di Mario Tobino “Il deserto della Libia“. La storia di un’unità militare italiana di stanza in Libia alle prese con un comandante affetto da gravi disturbi psichici.

La pellicola, presentata al Festival di Cannes di quello stesso anno, fu sostanzialmente un insuccesso di critica e pubblico, in Italia come in Francia. Eppure, “Scemo di guerra” il suo potenziale l’aveva eccome: un grande regista, degli sceneggiatori d’eccezione (oltre allo stesso Risi, Age & Scarpelli, mostri sacri della commedia all’italiana), e un cast che oggi appare ricco di sorprese: oltre a Grillo (nella sua seconda e penultima interpretazione cinematografica) troviamo il belloccio Fabio Testi, il bravo ed esperto attore francese Bernard Blier, un futuro peso massimo del cabaret come Claudio Bisio – allora poco conosciuto – una foltita schiera di talentuosissimi caratteristi del cinema italiano (l’attore sardo Sandro Ghiani, il celebre “Dogui” Guido Nicheli – scriteriatamente doppiato con l’accento siciliano –   il corpulento Franco Diogene, il bel Gianni Franco) e, soprattutto, il co-protagonista, la star francese Coluche nel ruolo dello psichicamente instabile comandante Pilli. Lo scemo di guerra, insomma.

Michel Colucci, in arte Coluche (1944-1986)

Coluche (nome d’arte di Michel Colucci) non è molto conosciuto in Italia, ma in Francia ha sempre goduto di una popolarità immensa, dovuta alla sua comicità innovativa ed irriverente che spesso e volentieri prendeva spunto dalla realtà sociale e politica francese. La tragica fine – perse la vita, poco più che quarantenne, in un incidente stradale in Costa Azzurra nel 1986 – non ha fatto altro che alimentarne ulteriormente il mito.

Ebbene, l’attore  transalpino viene ricordato in patria non solo per la geniale vis comica, ma anche per la sua singolarissima esperienza politica, legata alle elezioni presidenziali del 1981 (che videro poi l’affermazione del socialista François Mitterrand).

Dopo aver subito una censura da parte dell’emittente RMC, Coluche decide di lanciare la propria candidatura all’Eliseo, in modo che nessuno possa più censurarlo.

I suoi slogan sono surreali: “Finora la Francia è divisa in due; con me sarà piegata in quattro!” oppure “Coluche: l’unico candidato che non ha alcun motivo di mentirvi“. Per non parlare del suo appello (nell’immagine qui sotto) rivolto agli esclusi di Francia – e non solo – per “fottere nel culo” (cit.) gli uomini politici che non li prendono sul serio.

Il manifesto elettorale di Coluche

Il manifesto elettorale di Coluche

La candidatura di Coluche non venne per niente snobbata. Anzi. L’attore godeva dell’appoggio di fior di intellettuali francesi (Gilles Deleuze, Pierre Bourdieu), del celebre giornale satirico Hara Kiri, e di alcuni sindacati, tanto da spaventare a morte la sinistra e i socialisti di Mitterrand, che temevano una consistente emorragia di voti; d’altro canto, anche la destra (all’epoca dei fatti al potere con il presidente Giscard D’Estaing, bersaglio dei monologhi di Coluche) fece di tutto per delegittimarlo: sul giornale satirico di estrema destra “Minute”, nel giro di poco tempo, appare la notizia di un furto compiuto da Coluche all’età di 19 anni.

L’omicidio del suo collaboratore René Gorlin – un delitto passionale, secondo la polizia francese – e le numerose minacce ricevute fecero desistere Coluche, il quale, stremato anche da uno sciopero della fame di due settimane, alla fine consiglia ai suoi potenziali elettori di votare per i socialisti di Mitterrand. “Preferisco che la mia candidatura si fermi qui, perché comincia a rompermi le palle”, dichiarerà.

Secondo il maestro Dino Risi, sarebbe stato proprio Coluche, in qualche modo, a ispirare Grillo a intraprendere la carriera di arringatore di folle. In un’intervista al “Corriere” del 2007 (in piena epoca “Vaffanculo-Day“, per intenderci), Risi affermò che «Grillo aveva un rispetto enorme per Coluche. Ne riconosceva la grandezza artistica» e che «forse (…) fu proprio Coluche a ispirarlo: lui in Francia era già un idolo per tutti. Era considerato il castigatore dei politici, tanto che poi si candidò alla presidenza della Repubblica. Un personaggio strepitoso. Adoravo le sue cene nel palazzo di Parigi: c’era di tutto e di tutti, anche la pista di cocaina come segnaposto». Nell’intervista, Risi fa riferimento anche a una presunta gelosia di Grillo, causata dall’enorme simpatia di Risi nei confronti della star francese. «Già depresso perché ridotto al ruolo di spalla, Beppe a un certo punto si ingelosì del rapporto speciale che avevo con Coluche. E così, per ripicca, fece la mossa classica dell’attore indispettito: si diede malato. Per due mesi dovemmo sospendere le riprese. Finché qualcuno non gli fece sapere che se non fosse tornato avrebbe dovuto pagare una penale. Parola magica: da buon genovese si ripresentò sul set». Nella stessa intervista il regista usò anche delle parole assai meno tenere nei confronti del leader a 5 stelle, e sul suo crescente impegno politico.

Non è compito nostro stabilire parallelismi fra l’ascesa politica di Grillo e la folle avventura di Coluche, né la misura in cui il comico francese abbia influito sulla seconda vita del tribuno del popolo. Alcune fra le vicende citate, in fin dei conti, non sono altro che degli interessanti aneddoti. Tuttavia, quel singolare episodio della politica francese (da cui è stato tratto anche un film, Coluche, histoire d’un mec, di Antoine de Caunes, 2008), confrontato con i fenomeni di antipolitica di oggi, ci appare senz’altro degno di suscitare più di una riflessione.

Bisogno Primarie

Un blog che porta il nome del glorioso corso d’acqua panormita dovrebbe, o perlomeno potrebbe dire la sua sulle imminenti primarie di non si sa cosa in vista delle elezioni amministrative a Palermo.

Si potrebbe fare un prestigioso endorsement.

Si potrebbe affermare che è il solito teatrino.

Si potrebbe sottolineare che tutta questa acrimonia fa male, prima ancora che al centrosinistra, alla città di Palermo tutta.

Si potrebbe insinuare che chi aveva ottime intenzioni, adesso viene appoggiato dalle persone sbagliate.

Si potrebbe lasciare intendere che la Sicilia, e in particolare Palermo, se ne infischia delle dinamiche partitiche a livello nazionale, oppure che le precorre.

Si potrebbero sprecare le battute sul Partito Democratico e sulla sua irrinunciabile vocazione alla sconfitta.

Si potrebbe puntare il dito contro la litigiosità inconcludente dei quadri isolani delle altre formazioni in gioco.

Si potrebbe insistere con le solite litanie e salmodie qualunquiste, per cui tanto non cambierà mai nulla.

IlFiumeOreto non farà nulla di tutto questo.

Perché a noi in fondo, delle primarie, non c