i tre migliori gruppi rock italiani in attività

eccoci qui a parlare di rock italiano.
ilfiumeoreto pensa che, tutto sommato, si possa azzardare un podio dei migliori tre gruppi rock italiani.
la nostra scelta è arbitraria, ma motivata. noi pensiamo che le cose vadano più o meno così:

3.al terzo posto come miglior gruppo rock italiano in attività:
i calibro 35.

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va bene, suonano un funky blues pentatonico molto semplice.
va bene, si ispirano alla musica dei compositori di colonne sonore dei poliziotteschi anni ’70.
va bene, ok. ma per guidare sulla tangenziale sono ideali, e dal vivo sono molto energetici.
dei nostri inviati a bologna ci dicono che alla loro ultima data si sono verificati svenimenti e crisi di vomito come neanche ad un concerto degli exploited.
al concerto dei calibro 35 a palermo, un gruppo strumentale, lo ricordiamo, la gente ha fatto stage diving.
sul raccordo anulare o sulla a32, dal vivo o alla radio, i calibro 35 suonano quello che dicono di essere, e lo fanno particolarmente bene.

2.al secondo posto come miglior gruppo rock italiano in attività:
gli airfish.

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ok, questo blog è palermitano, quindi chiaramente di parte.
ma tutti coloro che in italia (e nel mondo) hanno ascoltato Anarchy in Italy, ultima fatica del consorzio palermitano, sanno che non ci sbagliamo.
anarchy in italy è il disco del ritorno della formazione ‘storica’ per un gruppo che da vent’anni propone musica deviante alle orecchie di un paio di generazioni di alternativi palermitani e mondiali.
se volessimo azzardare un paragone coi conterranei ciprì e maresco, potremmo dire che Anarchy in italy equivale a il ritorno di cagliostro, l’opera ‘commerciale’, esportabile. se ‘varcare la soglia della speranza’ è lo zio di brooklin, Anarchy in italy è il disco per le masse.
ascoltate ‘Primo‘, a nostro avviso uno degli apici del disco.
si apre con i consueti campionamenti che creano la giusta atmosfera, poi un potentissimo riff di chitarra che ricorda i migliori melvins su cui irrompe al minuto 2.55 un assolo di synth progressivo alla emerson lake & palmer featuring germano mosconi. quanta grazia!

1. il miglior gruppo rock italiano in attività:

gli elio e le storie tese.

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non ci sono cazzi, sono ancora loro i migliori. il loro ultimo vero disco, studentessi, è un opus magnum.
potevano fare qualsiasi cosa, e l’hanno fatta.
se frank zappa fosse vissuto qualche anno in più avrebbe probabilmente apprezzato ‘ignudi fra i nudisti’.
suonando un pezzo di Elvis al contrario non sentirete Satana, sentirete le progressioni armoniche rovesciate.
elio e le storie tese, con giorgia, hanno scritto un pezzo copiando il rovescio della melodia di suspicious minds, ultimo malinconico singolo di succeso del re elvis.
se non vi basta questo, ascoltate parco sempione o le magistrali esibizioni televisive, o cercate i rimandi esoterici nelle loro centinaia di canzoni.
per non dire della consapevolezza politica.

p.s.

ci sarebbero in realtà altri due ottimi gruppi italiani che meriterebbero di stare sul podio, ma li escludiamo perchè non li definiremmo tanto rock, quanto piuttosto musica sperimentale/d’avanguardia, pur con solide basi nel rock’n’roll.

questi due gruppi, dai nomi simili, sono

gli Zu

e

gli Zeus!

Evocazioni blues dallo spazio – le notti palermitane di Eugene Chadbourne e Mike Cooper

Eugene Chadbourne

Ogni tanto a Palermo atterrano i dischi volanti. E’ vero. Il mio non è un semplice rimando al pur fondamentale momento di Francesco Tirone in questa mitica scena de Lo Zio di Brooklyn di Ciprì e Maresco:

http://www.youtube.com/watch?v=I8moBt7hjis&feature=related

In effetti, tramite tortuose congiunzioni astrali o grazie a illuminati e svitati promoter, cose come il concerto di Cooper e Chadbourne arrivano proprio ad accadere. Una folgorazione esplosa il 12 giugno 2011 al Museo delle Marionette di Palermo; i corpi astrali di Bukka White, Son House e Memphis Willie B. evocati solo per i pochi presenti. Evocati? Non solo, per fortuna! Anche frustati dalle bacchette di un Fabrizio Spera in trance, diteggiati e modellati dal basso implacabile di Roberto Bellatalla (i due costituivano l’altra metà della band ma soprattutto i guardiani delle complesse agogie rituali); costretti a camminare nel cerchio di fuoco della resofonica di Chadbourne e, come se non bastasse, sventagliati, incatenati, plettrati da Cooper, gran Magus dei Mondi Inferiori e direttore di un ensemble dedito più allo sciamanismo puro che alla semplice improvvisazione.

Mike Cooper

Mi accorgo di aver menzionato i nomi dei musicisti senza aver prima rivelato nulla su di loro: un grave errore, certo, specialmente dal momento che tutti, chi più chi meno, vantano curriculum degni di sommo rispetto. Dalle collaborazioni di Chadbourne con Zorn, Turbonegro, Camper Van Beethoven e cento altri agli oltre quarant’ anni di voli nell’iperuranio di Cooper, artefice di sperimentazioni tanto ardite quanto spesso radicate nel blues rurale e nel soul intimista; dai mille festival di rilievo che hanno visto Spera presente e pulsante ai tentacoli di Bellatalla, sparsi un pò ovunque fra Inghilterra e Italia in più di trent’anni. No, non è certo questa la sede per parlare appropriatamente di tutto ciò che questi quattro stregoni stregati hanno fatto nella loro vita musicale. Ritengo soltanto “giusto” che una testimonianza pur transitoria e parziale come la mia possa inverarsi in forma scritta su qualche centimetro quadro luminoso in uno schermo, tramite qualche algoritmo computerizzato che, pur senz’anima, prova a parlare di quelle di qualcun altro.

Fu un concerto sensazionale, costituito per lo più da jam astratte attorno a qualche standard blues.
Ci furono sezioni liriche, con il solo Cooper lanciato in orazioni funebri stravolte da fiammate di lap steel suonata con oggetti come ventilatori portatili, catene, palloncini; momenti di gioco e completa regressione, momenti di autogratificazione noise e creazione libera di masse elettrodinamiche; oceani di percussività; Chadbourne e la sua struggente “Old Piano” (pubblicata sull’ottimo LP “Roll Over Berlosconi”), arpeggiata con un banjo che a vedersi sembrava aver subito più di un terremoto su più di un palco.
Quattro personalità forti, istrioniche, ma solo di rado invadenti. Solo nei punti giusti, ovvero quando le loro alchimie e permutazioni sonore, all’improvviso, chiamavano vigorosamente l’intervento fisico dei loro corpi posseduti. A questo punto vorrei davvero poter paragonare queste visioni ad altri momenti epocali della musica dal vivo a Palermo. Vorrei, ma ho limiti anagrafici invalicabili, quindi niente paralleli fra Chadbourne e Cooper e Frank Zappa allo stadio della Favorita nel luglio ’82, quando tanti spettatori con la Minchia Tanta fecero di tutto per sentire al meglio l’alieno di Baltimora col sangue di Partinico, ricevendo in cambio solo fumogeni e distruzione; e ancora, niente paragoni fra quelli e i Black Sabbath era Master of Reality al Palermo Pop del 1971; fra quelli e Zorn, fra quelli e gli Amebix, fra quelli e gli Iron Maiden. Ci sono dei limiti, diamine, e forse qualcuno potrebbe perfino ritenere del tutto azzardati i miei collegamenti mancati fra artisti così diversi. E’ il momento di dire la verità: questo blog è fatto apposta per cose del genere. Oh si!


Tornando ai Chadbourne e Cooper (il primo a stelle e strisce, il secondo a Union Jack), mi accorgo sempre più di aver assistito a qualcosa di affine alla truffa. Roba da far rabbrividire l’Adorno delle rifressioni sociologico-musicali seriose, ultrawebernofile e snob. L’Adorno che, infuriato con le pop chart dei primi anni ’60, con la faciloneria degli addetti ai lavori dell’industria pop e anche con il presunto avanguardismo intellettuale dei critici jazz, si arroccava sulle alture concettuali Wagneriane del Todesverkündigung pur di rimarcare la superiorità della musica culta su “schifezze” dell’epoca come (immagino) Elvis e gli Everly Brothers.

Theodor W. Adorno

Truffa, dicevo; fu tale per chiunque si aspettasse delle forme conchiuse dalle loro improvvisazioni. Tra colpi di archetto a chitarre e piatti e sfoghi sardonici urlati, i quattro musicisti quella sera ebbero come unica cornice di movimento l’esaltante forma libera, la catartica possibilità di petare, sussurrare, declamare, graffiare i suoni al di là dei loro limiti. E’ sempre bello ricevere consigli su cosa andare a vedere e sentire, come successe a me e a chi era con me quella sera; ed è ancor più bello trovare, nascosti dietro qualche marionetta, dei musicisti disposti a sanguinare per te con il sorriso sulle labbra.