il nuovo libro di Guia Soncini, Fedez, Daniele Luttazzi e i clan editoriali italiani

Guia Soncini è nota per essere l’autrice di decine di migliaia di tweet dall’agosto 2007 ad oggi. La sua cifra stilistica è quella del disincanto divertito della borghesia progressista espresso da giornaliste come Natalia Aspesi e Lina Sotis o da scrittori come Arbasino e un certo Flaiano, unita alla ostentata sicurezza delle proprie opinioni più aggressive ricalcata da polemisti come Oriana Fallaci, Indro Montanelli e Giuliano Ferrara.

La casa editrice Marsilio ha recentemente pubblicato un libro scritto da Guia Soncini, L’era della suscettibilità, un libro che non leggeremo e che quindi non potremo recensire. È interessante però guardare al lancio promozionale per osservare l’ambiente fatto di relazioni lavorative, di amicizia e di parentela che si è attivato in questa occasione.

Daniele Luttazzi diceva che l’industria culturale in Italia è composta da vari clan che si spartiscono il potere. Il personaggio di Remo Arcangeli nella serie Boris fa un bel discorso su come funziona il potere nelle cerchie culturali, gente che si conosce che parla bene di gente che conosce e dà spazio a gente che conosce e di cui si fida. Al di sopra di questi gruppi c’è la politica.

Il libro di Guia Soncini è stato recensito da Michele Serra su Repubblica, giornale che si è avvalso della firma della Soncini fino al 2019, anche negli allegati D Donna e Robinson. Direttore di Repubblica è Maurizio Molinari.

Un’altra recensione de L’era della Suscettibilità è opera di Christian Rocca, direttore editoriale del sito Linkiesta per il quale Guia Soncini cura una rubrica quotidiana. Fa tenerezza che il direttore di un giornale recensisca un libro di una autrice da esso stesso stipendiata, sicuramente non gli sarà piaciuto. Sempre su Linkiesta, nella versione cartacea, una recensione del libro scritta da Luca Bizzarri

Un’altra recensione è opera di Mattia Feltri, direttore dell’Huffington Post, vecchio amico e collega di Guia Soncini al Foglio di Giuliano Ferrara. Feltri è sposato con un’altra autrice del Foglio, Annalena Benini, nipote di Daria Bignardi, e proprio la Bignardi ha intervistato Guia Soncini nel suo programma su Radio Capital per promuovere il libro.

Insomma, si potrebbe pensare che è il classico caso raccontato da Remo Arcangeli in Boris, amici che pubblicano amici che parlano bene di amici sui giornali diretti dagli amici, la solita cosa molto italiana. E ovviamente è così. Guardiamo però al di sopra dei figuranti, andiamo dal dottor Cane.

Repubblica, Radio Capital e l’Huffington Post sono proprietà del Gruppo Gedi, cioè degli Agnelli. Linkiesta è diretto da Rocca, giornalista che “aveva assunto la guida delle operazioni pro Bush e pro Sismi” ai tempi della guerra in Iraq, parola del suo allora direttore Giuliano Ferrara, che a sua volta ammise di aver lavorato con lo spionaggio americano in passato. Molinari e Rocca sono citati dai servizi segreti americani nei cablo rivelati da Wikileaks come giornalisti fidati.

Ora, sappiamo bene che Guia Soncini è totalmente estranea a tutti questi giri di spionaggio, ma viene da chiedersi se il suo libro non possa avanzare delle tesi che in qualche modo risultino appropriate ai media che lo promuovono.

Mattia Feltri nella sua recensione ci benedice con un estratto dal libro che sembra scagliarsi contro la presunta dittatura di una nuova e orwelliana political correctness. Sulla scia di diversi autori anglosassoni Guia Soncini si esprime contro la woke culture, la cancel culture, la suscettibilità degli utenti di twitter, che sembra l’unico posto frequentato dall’autrice negli ultimi anni il che ci fa temere per la sua tenuta mentale.

Tutte le argomentazioni di questo genere ricalcano un numero di Newsweek del lontano 1989 che parlava della polizia del pensiero nelle università nordamericane, per cui gli studenti erano suscettibili a qualsiasi argomento potesse minimamente urtare la loro sensibilità. È un discorso reazionario e conservatore, che si serve di fallacie argomentative che usa anche la Soncini, cioè prendere casi estremi ed elevarli a normalità, per cui poi si può gridare allo scandalo. Oppure distorcere le rivendicazioni dei soggetti subalterni della società americana, facendoli apparire come folli e irrazionali.

Pensare che il politically correct sia una forma di maccartismo è una tesi di destra sostenuta da Newsweek negli anni ’80 e recentemente ripresa e aggiornata da Guia Soncini

La cosa divertente è che gente come Guia Soncini oggi rimpiange i bei tempi andati in cui la gente non era così suscettibile, ma nei bei tempi andati, nel 1989 anno di uscita su Newsweek delle tesi da lei ricalcate, la gente già si lamentava della eccessiva suscettibilità altrui.

È un discorso reazionario perché parla della censura come opera dei gruppi minoritari contro il libero pensiero, e in questo modo nasconde la vera censura tuttora in atto contro il pensiero che critica l’esistente. Lo vediamo in Spagna, dove un rapper va in carcere a causa dei suoi testi e di alcuni tweet. Non sappiamo se la Soncini parla nel suo libro di Pablo Hasel e della suscettibilità del sistema penale di uno stato europeo nei confronti delle opinioni di un artista.

Non lo leggeremo mai, neanche pagati, ma siamo sicuri che L’era della suscettibilità parla dell’unica vittima di cancel culture in Italia, cioè Daniele Luttazzi, che dal 2001 al 2021 è stato bandito dalla Rai. Dai 40 ai 60 anni, il periodo in cui un autore è più prolifico e ha raggiunto la piena maturità, Luttazzi è stato cancellato dall’establishment culturale italiano. Ed è indicativo notare che tutti i personaggi presenti in questo articolo hanno in qualche modo dato il loro contributo all’emarginazione di Luttazzi. Rocca e Feltri scrissero articoli critici contro di lui nei primi anni 2000; Guia Soncini sul Foglio intervistò Davide Parenti che parlava male di Luttazzi; una battuta su Ferrara fu la causa della cancellazione di Decameron da parte de La7; e Daria Bignardi prese il suo posto alla conduzione della prima edizione del Grande Fratello perché Luttazzi rifiutò l’offerta.

Dal 2020 Luttazzi scrive ogni giorno sul Fatto Quotidiano e cura diverse rubriche. Il clan del Fatto quotidiano è molto meno potente del clan editoriale che chiameremo Elkann/ex del Foglio. Ci fu un momento in cui, verso la fine dell’Epoca Berlusconiana e con l’inizio di quella Grillina, il grumo politico-editoriale rappresentato da Travaglio/Fatto Quotidiano/Santoro/Casaleggio/Grillo/DiPietro aveva effettivamente molto potere e infatti Santoro e Travaglio riuscirono a mettersi in proprio e diventare dei player autonomi nel mercato editoriale. Purtroppo per gli italiani, Fedez venne lanciato verso il 2014 proprio da questo grumo editoriale, con il programma di Giulia Innocenzi prodotto da Santoro e con il supporto datogli dal Fatto Quotidiano, che lui ricambiava esprimendosi a favore dei grillini quando ancora faceva coppia con J-Ax.

Ma ormai siamo in un’altra epoca, l’epoca del Rinascimento Saudita sostenuto da Renzi e Biden, i due politici per cui fa il tifo il grumo editoriale che sfama la Soncini. Chissà cosa pensano le donne saudite dell’eccesso di suscettibilità da parte degli utenti di twitter.

E chissà cosa ne pensano del clima terribile sui social network gli operai della ArcelorMittal di Taranto che hanno subito una interdizione ai luoghi di lavoro per aver condiviso sui social un’immagine della fiction con Sabrina Ferilli: Taranto, il like che disturba il padrone:

Alcuni lavoratori ArcelorMittal hanno pubblicato sul proprio profilo Facebook uno screenshot che invita a vedere la fiction “Svegliati amore mio”, interpretata su Canale 5 da Sabrina Ferilli, e per questo l’azienda ha comminato loro una sanzione disciplinare con immediata sospensione dall’attività lavorativa, interdizione ai luoghi di lavoro e richiesta di giustificazioni entro 5 giorni.

4 pensieri su “il nuovo libro di Guia Soncini, Fedez, Daniele Luttazzi e i clan editoriali italiani

    • aiutateci a ricordare quella battuta di Luttazzi che diceva tipo
      “ho un quaderno in cui segno tutte le persone che mi odiano. Nella prima pagina ho scritto: CAPITOLO UNO”
      o una cosa del genere 🙂

      grazie del link, lo inseriamo nel testo. e grazie della citazione! forse però nel vostro testo avete riassunto questo articolo con una frase che potrebbe apparire un po’ imprecisa quando dite
      “Il libro della Soncini si scaglia contro il politically correct definendolo una forma di maccartismo. ”
      non leggeremo mai il libro quindi non abbiamo idea di cosa dica nel dettaglio, se usa i termini da voi usati o ne usa altri magari diversi. certo la solfa è sempre quella.

  1. Segnaliamo l’unica voce nel panorama culturale italiano che non ha lodato il libro della Soncini, e anzi con buoni argomenti è giunto a conclusioni abbastanza simili alle nostre. La puntata numero 20 della trasmissione radiofonica Tabula Rasa di Radio Onda Rossa ha affrontato questo libro criticamente, accostandolo a pubblicazioni di carattere simile uscite in Italia e in Francia. qui il link

    http://www.ondarossa.info/trx/tabula-rasa

    Non sorprende che sia un media indipendente, attento al tema vero e urgente della repressione del dissenso, l’unico a criticare le tesi di questo libro, o quantomeno a metterle in prospettiva. O quantomeno è stato l’unico a non ospitare interventi faziosi di amici, colleghi ed ex colleghi dell’autrice. Un applauso a loro che hanno avuto lo stomaco di leggere il libro

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