Sicilia mia, disperato dolore…

Siamo lieti oggi di pubblicare questo bel testo inviatoci da un nostro affezionato lettore di nome Andrea. Si parla della Sicilia musulmana e dei suoi poeti.

maredolce

Castello di Maredolce (o della Fawarah) alle porte di Palermo

L’eco dei trascorsi arabi e maghrebini – persistente, seppur remota –, prima ancora che nelle stratificazioni architettonico-urbanistiche, nei sedimenti culturali – le tragicommedie di Giufà, per dirne una… – , linguistici, espressivi – “quando vi agitate, sembrate beduini” dice un’amica – , gastronomici, etc., si avverte negli assetti geopolitici e amministrativi dell’Isola. La sede del Potere trasla ad Ovest per la prima volta – Palermo (Balarm) avvicendandosi alla grande Siracusa dell’Antichità e dell’Impero Romano d’Oriente – e qui rimane fino ai giorni nostri, eccettuati brevi interludi. All’Emirato risale anche la suddivisione nei tre valli storici (Val di Mazara, Val Demone, Val di Noto).

Nel caso nostro, è più giusto parlare di Arabo-Berberi, considerato che la conquista della Sicilia avviene nell’827 d.C. ad opera della dinastia Aghlabita, a capo di un vasto emirato di fatto indipendente – il cui nucleo cultural-politico è l’Ifriqiyah (già Africa Proconsularis) – nell’ambito del Califfato abbaside. L’Ifriqiyah – e con essa la Siqilliyah – passa, in seguito, ai Fatimiti che, a partire dal 948 d.C., assegnano l’Isola alla dinastia sciita dei Kalbiti, che fanno della Sicilia un emirato largamente autonomo dal Cairo.

Durante la dominazione araba, l’Emiro (con dignitari e funzionari) risiede nella cittadella (al-Halisa, “l’Eletta”, oggi la Kalsa), affacciata sul Golfo, che assume il ruolo di centro direzionale, in sostituzione degli antichissimi quartieri di al-Halqah (“la Cinta”) ed al-Qasr (“il Cassaro”), ovvero la Paleapoli e la Neapoli, che ricalcano il tracciato urbanistico dei due corrispondenti abitati di origine fenicio-punica. Al Qasr prende il nome da al-Qasr-al-Qadim (“il Castello Vecchio”) – oggi Palazzo Reale/Palazzo dei Normanni – , fulcro e sintesi dell’intera vicenda storica e urbanistica della Città, essendo tuttora esistenti e osservabili, sotto la Fortezza, i resti della più antica cinta muraria punica, con annessa porta.

Le parole del viaggiatore arabo al-Muqaddasi (X secolo, nel pieno della dominazione) sono efficaci nel delineare la facies della Palermo dell’epoca: “Palermo, capitale di Sicilia, è situata sul mare in quell’Isola. È più grande di al-Fustàt (la Cairo antica), ma è ripartita in diversi settori; i fabbricati della città sono di pietra e calce ed essa appare rossa e bianca. La circondano sorgenti e canneti, le fornisce acqua un fiume chiamato Wadì Abbàs (l’Oreto, ndr.). I mulini sono numerosi nel suo mezzo ed essa abbonda di frutta e di produzioni del suolo e d’uva. L’acqua batte le sue mura. Possiede una città interna (al Halqa, ndr), nella quale si trova la moschea Gàmî (l’odierna Cattedrale, ndr); i mercati sono nel Borgo (il Rabat). Ha inoltre una città esterna dotata di mura e chiamata al-Halisah, in cui si aprono quattro porte”.

Con “Rabat” – il Borgo – vengono indicati collettivamente tutti i quartieri non cinti da mura, sorti durante il periodo arabo in conseguenza del notevole incremento della popolazione. Tra questi annoveriamo quelli che poi sarebbero diventati i vasti e popolosi rioni dell’Albergheria e dei Lattarini, nonché il Seralcadio o Quartiere degli Schiavoni, quest’ultimo sede di mercenari e mercanti. Da rilevare come i mercati storici dei succitati rioni (rispettivamente, Ballarò – probabilmente il più antico, ed ancora oggi il più autentico ed il meno solcato dai flussi turistici – , i Lattarini ed il Capo) mantengano i caratteri del suk.

La Città araba sembra già manifestare uno dei tratti più evidenti di quella attuale: più che una città, Palermo è un insieme di nuclei urbani sostanzialmente scissi (e spesso malcollegati), ciascuno dei quali tende a costituire una dimensione social-comunitaria autoreferenziale (si pensi al fenomeno dei cantanti rionali: indiscusse star nel dato rione, assolutamente ignoti altrove).

Tra le più notevoli figure della Sicilia arabo-islamica va sicuramente annoverato il filosofo e politologo Ibn Zafar al-Siqilli, considerato un precursore di Machiavelli, in quanto autore di un insieme di consigli pratici rivolti a chi riveste il ruolo di sovrano. Ciò che contraddistingue il pensiero di Ibn Zafar è la centralità del dato empirico nell’elaborazione delle “massime” filosofico-politologiche, in aperta rottura con i predecessori, quantunque nel rispetto della tradizione coranica. Il Politologo riferisce: “Baso questo libro sugli esempi […] ed uso la mia conoscenza, esperienza e saggezza in un modo che non confligge con la Sharia”. Siffatto “empirismo ante litteram” – sia concesso il discutibile anacronismo – da parte di un autore del XII secolo, con il ricorso ad esempi storici ed osservazioni personali, costituisce senz’altro una felice anomalia. Si consideri che il nominalista Guglielmo da Occam nasce alla fine del XIII secolo.

Altra figura di rilievo è Ibn Hamdis, massimo esponente della poesia araba di Sicilia a cavallo tra l’XI e il XII secolo. Costretto a lasciare l’Isola a seguito della non certo indolore conquista normanna, le dedica, ormai anziano, questi versi che non abbisognano di commenti ulteriori:

Sicilia mia. Disperato dolore si rinnova per te nella memoria

Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute e gli amici splendidi Oh paradiso da cui fui cacciato!

Che vale ricordare il tuo fulgore?

Mie lacrime. Se troppo non sapeste di amaro formereste ora i suoi fiumi

Risi d’amore a vent’anni sventato a sessanta ne grido sotto il peso

Ma tu non aggravare le mie colpe se l’Iddio tuo già concesse il perdono

In alto la penombra si dirada agitata dai veli della luce

ma questa luce è un modo del distruggersi manda luce chi perde la sua vita.

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