I due motivi per andare a vedere “La mafia uccide solo d’estate” di Pif e i tre motivi per non andarlo a vedere.

pif

Questi sono i due motivi per andare a vedere il film di Pif La mafia uccide solo d’estate:

1. Perchè è ambientato a Palermo.

2. Perché vi hanno costretto ad andarlo a vedere.

Ecco ora invece i tre motivi per NON andare a vedere il film di Pif La mafia uccide solo d’estate.

1. Per la banalizzazione. E’ francamente irritante il modo in cui Pif ha diviso il mondo: i buoni sono magnificamente, angelicamente, eroicamente buoni, mentre i cattivi sono degli idioti crudeli, grottescamente imbecilli. Pif sembra usare questo stratagemma narrativo per poter deridere la mafia stragista, ma risulta una mossa totalmente inadeguata, almeno per i palermitani che si ricordano quell’epoca. I personaggi reali sono troppo distanti dallo loro messa in scena.

Chinnici, Dalla Chiesa, Boris Giuliano, tutti mandati dallo Spirito Santo a salvare la Sicilia dai draghi e a sorridere al piccolo Arturo donandogli buffetti paterni, lezioni di vita e dolci alla ricotta.

I mafiosi e i loro alleati sono visti invece come dei babbei incapaci di far altro se non violenza e omicidio, dei trogloditi le cui scenette sono quelle che più faranno ridere gli spettatori non-siciliani, beffandosi del modo in cui Riina, Bagarella e soci sono idioti e scemi e brutti e cattivi.(Non a caso il critico cinematografico romano Marco Giusti ha aperto la sua recensione citando proprio le scene comiche più grottesche che nel film hanno per protagonisti i mafiosi). I personaggi reali sono troppo distanti dallo loro messa in scena.

Negli spettatori siciliani questo meccanismo comico rischia di non scattare perché magari ricordano episodi come la deposizione di Michele Greco al Maxiprocesso.

La calma e, in definitiva, lo stile quasi ipnotico dei patriarchi della mafia in catene. Lo stesso Giovanni Falcone in Cose di Cosa nostra parlava del fascino e perfino della contagiosa umanità di moltissimi mafiosi da lui interrogati. Ma Giovanni Falcone aveva a che fare con la realtà, mentre Pif ha a che fare con la fantasia e la realtà la tratta come materia giornalistica, e infatti del maxi-processo fa vedere unicamente le immagini più grottesche di detenuti che urlano aggrappati alle sbarre o che testimoniano su una barella.

Pif alla conferenza stampa di presentazione ha detto: “Da quando sono andato a vivere Milano molte persone mi hanno fatto domande sulla mafia: molti avevano l’immagine di Riina come un contadino, ma io spiegavo che la mafia era anche nella Palermo bene”. Tutto ciò è in contrasto col film che ha girato, in cui i mafiosi sono esattamente l’immagine che un milanese medio o un romano medio possono avere dei mafiosi, e i pochi collusi della Palermo bene sono tratteggiati appena di sfuggita e in maniera poco profonda (non scendiamo nei dettagli per non spoilerare)

La realtà dei fatti è troppo lontana dalla rapresentazione che ne fa Pif e quindi queste gag si basano su un presupposto inammisibile per chi abbia una conoscenza anche minima dei veri personaggi coinvolti.

Per chi invece quei personaggi non li conosce, risate e lacrime di commozione sono assicurate.

2. Per l’eccessiva istituzionalità. Il film è dedicato alla sezione catturandi della Polizia di Palermo e alla memoria dei poliziotti caduti in servizio. E’ stato girato servendosi dell’aiuto di Addiopizzo. E’ frutto di una coproduzione in cui sono in mezzo anche RAImovie ed MTV. Il Presidente del Senato ed ex capo dell’Antimafia Grasso lo ha approvato e applaudito ed è addirittura andato in un cinema dopo 24 anni per andare a vederlo, e il titolo del film è la parafrasi di un libro scritto dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano. Tutto ciò si sente un po’ troppo, non c’è dubbio, c’è un’aria pesante di istituzionalità che impedisce una qualsiasi critica seria alle responsabilità del potere politico-economico, che viene dipinto comodamente con l’onnipresente icona pop di Giulio Andreotti, che da solo funge da simbolo del lato-oscuro-dello-Stato, assolvendo Pif da qualsiasi interrogativo sui risvolti più imbarazzanti per le istituzioni. Per questi bisognerà aspettare il prossimo film sull’argomento di Sabina Guzzanti, che probabilmente sarà noiosissimo in confronto a Pif: La mafia uccide solo d’estate è infatti un prodotto ben fatto e perfetto per gli spettatori di Mtv e di Italia Uno, soprattutto per quelli che hanno seguito la carriera di Pif negli ultimi anni.

Il tutto condito da un intento pedagogico-istituzionale reso esplicito dal finale del film.

3. Per i tanti particolari approssimativi. Dallo stentato accento siciliano di Cristiana Capotondi allo stentato accento palermitano di Pif, per non dire del fatto che Pif ha 40 anni e interpreta un 22enne. Inoltre è stato girato quasi due anni fa e il montaggio ha richiesto mesi e mesi di ritardi, qualcosa che in qualche modo traspare dal risultato finale.

In un film che pretende di riprodurre fedelmente i particolari della recente storia palermitana, e in molti casi ci riesce in maniera egregia, stonano alcuni dettagli rivelatori. Geograficamente era complicato all’epoca (lo è ancora oggi) raggiungere un qualsiasi cimitero cittadino partendo dalle zone in cui abitano i protagonisti, e ci riesce difficile immaginare che due ragazzini del genere potessero agevolmente andarci da soli. Pif descrive una città in guerra in cui i due piccoli protagonisti difficilmente avrebbero potuto affrontare un simile viaggio, e quantomeno sarebbe stato interessante mostrare lo scenario umano che potevano incontrare attraversando da un capo all’altro la Palermo dei primi anni ’80. Ma non è questo l’obiettivo del film.

La storia di Pif è una storia antimafia borghese.

Racconta il modo in cui una parte della borghesia palermitana ha vissuto il periodo che va dalla strage di viale Lazio nel 1969 fino agli anni seguenti il terribile 1992, anni in cui la città di Palermo tentava di riprendersi da un periodo di guerra unico nella storia recente dell’Europa Occidentale.

La prospettiva finale del film propone quindi l’ideologia propria di quella borghesia: il Risveglio del popolo siciliano (e dei due protagonisti del film) dopo le stragi, il mito della “Primavera di Palermo”, mito oramai post-Orlandiano, la vulgata (per anni raccontata dal sindaco Ollanno ma ormai patrimonio dei sacerdoti della Religione dell’Antimafia) secondo cui i Lenzuoli appesi alle finestre, l’elaborazione del lutto cittadino, le manifestazioni pubbliche avrebbero sconfitto o quantomeno indebolito la mafia.

Quella stesa borghesia che nel corso degli anni ha applaudito gli arresti eccellenti, ha sventolato agende rosse, ha esultato sotto la questura, ha appiccicato adesivi per dire no al pizzo.

E così ci saremmo liberati, o quasi. Palermo è sicura, la Mafia storica, quei buffoni idioti incapaci del film di Pif, “hanno perso” o quantomeno “stanno perdendo” e marciscono in galera col regime di carcere duro, le cosche sono state “decapitate”, la salvezza è avvenuta grazie ad un pantheon di personaggi quasi antitetici, Impastato e Borsellino, Pietro Grasso e Ingroia, Dalla Chiesa e Falcone, Saviano e Pio La Torre. Un mazzo di veri e propri santini laici da cui pescare la citazione da mettere su Facebook o nelle interviste.

Se questa visuale va bene per raccontare una storia (e bisogna dire che il film è abbastanza ben fatto per quanto riguarda la ricostruzione plastica degli ambienti, delle situazioni, delle esplosioni, della carta da parati dell’epoca), lascia molte perplessità dal punto di vista politico quando non si fosse pronti ad accettare la Religione dell’Antimafia.

La Religione dell’Antimafia è quella cosa che prende i santini dei “martiri” antimafia e li sventola alla rinfusa, senza ricordarsi di ciò che effettivamente dicevano gli stessi martiri e di ciò che avevano fatto in vita.

Nello specifico, Paolo Borsellino diceva che Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo, con tutto ciò che il termine “guerra” e il termine “accordo” comportano per il popolo siciliano, aggiungiamo noi.

Per ora non c’è guerra, quindi le cose sono due: o con la reazione alle stragi degli anni ’90 lo Stato ha vinto e ha sconfitto la mafia, oppure ci si è messi d’accordo per fare cessare le violenze,

Secondo la visione di Pif, la catarsi c’è stata e la Palermo buona ha demolito la Palermo cattiva, o quantomeno c’è ottimismo per il futuro.

Ma non è detto che le cose stiano esattamente così. E soprattutto, anche se la mafia “non ha vinto” e i giudici hanno spezzato la spirale terroristica, le cose in Sicilia non sono migliorate. Violenza, disoccupazione, clientelismo, ignoranza e tutti gli altri mali endemici della Sicilia sono ancora dominanti. Le vaste operazioni di polizia hanno cancellato il dominio dei corleonesi, ma la società civile osannata da Pif non ha migliorato le condizioni di vita.

Abbiamo scritto questa recensione lunghissima ma potevate fermarvi al primo rigo: questo film andrebbe visto solamente perché è ambientato a Palermo.

2 pensieri su “I due motivi per andare a vedere “La mafia uccide solo d’estate” di Pif e i tre motivi per non andarlo a vedere.

    • siamo contenti di non essere i soli a pensare queste cose, e ti ringraziamo per il commento.
      Le recensioni sono state unanimemente positive, da Buttafuoco a Repubblica, dal presidente del Senato Grasso (“il migliore film sulla mafia mai visto”) fino all’ex autore di Blob Marco Giusti.
      Ci sembrava il caso di far notare quelli che a nostro avviso sono i punti deboli di questo film.
      ciao!

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